PHOTO
BRENNERO. Dall’inizio dell’anno sono ormai quasi quattro mila i profughi delle varie guerre che imperversano tra Africa e Medio Oriente, che tentano di attraversare il confine del Brennero e vengono puntualmente rispediti indietro dalla gendarmeria austriaca. Oltre seicento solo nell’ultimo mese. Siriani, iracheni, nigeriani, somali, eritrei... un caleidoscopio di etnie e culture, tutte in coda per l’accoglienza dell’ex commissariato di frontiera di Brennero, ora semplice avamposto di Polizia. Trentuno agenti in tutto, divisi su più turni e in diverse mansioni, ventiquattro ore al giorno, per gestire quell’emergenza umanitaria silenziosa che una o due volte a settimana vede la cittadina invasa di fagotti e valigioni, e volti disperati e disorientati, di chi semplicemente vorrebbe andare a nord, spesso in Svezia e Finlandia, dove ad attendere c’è un pezzo di famiglia o gli unici superstiti del villaggio appena scomparso sotto le bombe.
«La situazione è diventata critica - spiega Mario Deriu, il delegato del sindacato di polizia Siulp - negli anni precedenti sono stati fatti tagli all’organico senza tenere minimamente in considerazione la questione immigrazione». Entrare nell’area Schengen all’epoca significava “libera circolazione”, quindi non era più necessario presidiare la frontiera metro per metro. «Con questi flussi migratori però è cambiato tutto, siamo tornati ai carichi di lavoro di prima, quando c’erano 120 agenti a gestire la situazione». Per ogni respingimento austriaco, la procedura prevede la fotosegnalazione del profugo, la sua identificazione e poi l’avvio di una pratica di riconoscimento dello status di rifugiato che secondo gli accordi internazionali gli dovrebbe garantire la libera circolazione in europa.
«Il problema è che il concetto di libera circolazione non è uguale per tutti - spiega Deriu - e i respingimenti degli austriaci lo dimostrano in maniera plastica; ora in quel commissariato c’è un carico burocratico e amministrativo che non è più gestibile da così poco personale, che inoltre non è stato fornito del supporto necessario e delle opportune competenze per gestire questa situazione». Molti profughi non si fanno fotografare per il timore che questo significhi per loro l’obbligo di restare in Italia, cosa non più vera dall’inizio di quest’anno. Ma come spiegarlo a somali e iracheni che non parlano una parola di italiano? Ecco quindi il duplice appello del sindacato: da un lato al questore, perché si impegni a garantire i rinforzi di organico al commissariato del Brennero, e dall’altro alla Provincia, perché nei limiti del possibile fornisca mediatori culturali esperti, che sappiano gestire i rapporti con le molteplici etnie in transito.
©RIPRODUZIONE RISERVATA


