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BOLZANO. Nulla di fatto. Dopo tre anni di indagini e accertamenti alla ricerca di un seppur minimo riscontro al teorema del legame a filo doppio tra politica e affari, l’inchiesta a carico dell’ex assessore provinciale Thomas Widmann e dell’imprenditore Giovanni Podini (sulla vicenda delle quote della società «Ampeleia») è finita definitivamente in archivio. Le ipotesi di accusa di corruzione e abuso d’ufficio si sono rivelate completamente infondate. E’ stato il giudice Walter Pelino a firmare il provvedimento accogliendo la richiesta della stessa Procura. Per mesi e mesi si sono alternati nelle indagini (anche per alcune rogatorie in Svizzera) i pubblici ministeri Igor Secco e Giancarlo Bramante che alla fine del lavoro si sono per trovati a mani vuote. L’ipotesi che la cessione delle quote della società vitivinicola toscana potesse nascondere appetiti illegittimi ed un fiume di soldi di natura corruttiva, è rimasta senza alcun riscontro. Era stata la Guardia di Finanza a segnalare alla magistratura presunte anomalie nella vendita delle quote della società agricola con sede legale in provincia di Grosseto. La società «Ampeleia» venne stata costituita nel 2002 con l’apporto di capitali da parte di due imprenditori (Giovanni Podini ed Elisabetta Foradori) e l’allora assessore provinciale (al personale, turismo e mobilità) Thomas Widmann che utilizzò - per raggiungere l’importo richiesto - anche 500 mila euro messigli a disposizione da un parente stretto tramite due società “off shore” con sede a Panama. La nuova società (a responsabilità limitata) acquistò terreni e avviò produzioni viti vinicole. I primi problemi emersero quattro anni dopo. Nella nuova giunta provinciale scaturita dalle elezioni del 2008, Thomas Widmann fu infatti confermato assessore ma con competenze dirette nel commercio. Fu a questo punto che lo stesso Widmann ritenne inopportuno proseguire con l’attività imprenditoriale toscana in qualità di socio di Giovanni Podini, uno degli imprenditori più attivi in Alto Adige con inevitabili rapporti con l’amministrazione pubblica provinciale. Basti pensare alla vicenda del centro commerciale «Twenty» e alle accuse più o meno velate per una presunta corsia preferenziale goduta dalla «Podini Holding» per rendersi conto che la decisione di Widmann di liberarsi delle quote della società era un atto dovuto e necessario. Furono però gli importi in ballo ad insospettire la Guardia di Finanza. Widmann (che uscì dalla società il 17 aprile 2009) riuscì infatti ad ottenere la restituzione di quanto investito incassando (a rate) complessivamente 1 milione e 100 mila euro. Lo ha rilevato anche il dottor Pallaver, noto commercialista a cui la stessa Procura ha affidato una approfondita consulenza. L’importo venne però considerato dalla Guardia di Finanza sproporzionato in quanto le quote della società (in perdita) avrebbero avuto un valore notevolmente più basso. Anzi, nell’informativa inviata alla Procura la Guardia di Finanza sostenne che Widmann avrebbe dovuto pagare (e non incassare) per liberarsi di quote che producevano debiti. Un’impostazione che non ha mai tenuto in considerazione i beni e le proprietà possedute dalla società. L’indagine non ha poi mai fatto emergere alcun atto illegittimo compiuto da Widmann a favore del gruppo Podini.
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