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BOLZANO. L’8 marzo il vescovo Karl Golser celebrerà il primo anno di insediamento (la nomina del Papa era avvenuta il 5 dicembre). E’ stato un vescovo assai presente da subito, con parole chiare sui temi più importanti, convivenza, valore dei simboli religiosi, capacità di accoglienza degli stranieri, che tornano in questa intervista.
Golser è un teologo affermato nei temi legati alla bioetica e alla difesa dell’ambiente, tanto da dirigere l’Istituto per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Hanno lasciato il segno alcune sue prese di posizione, come l’auspicio di un riconoscimento per le copie di fatto.
Il suo curriculum, che ha intrecciato attività pastorale, incarichi di alto livello nella vita ecclesiastica e insegnamento di teologia, lo ha portato il 5 dicembre del 2008 a diventare il nuovo vescovo di Bolzano-Bressanone, nella difficile scelta per la successione a Wilhelm Egger, morto improvvisamente il 16 agosto. Conosciuto per la ricchezza delle sue riflessioni, Golser in questi primi mesi come vescovo sembra non avere modificato radicalmente impostazione, pur nella diversità del ruolo. Non ha fatto mancare parole nette sui temi della convivenza, sulla necessità di riscoprire i valori della fede nella vita quotidiana, di sapere accogliere chi arriva da altri Paesi. Sollecitazioni che possono emergere all’assemblea annuale di Assoimprenditori come a un incontro con gli stranieri.
Così il vescovo in una intervista al nostro giornale.
E’ passato un anno dal suo insediamento: come descriverebbe la comunità altoatesina, se dovesse usare pochissime parole: preoccupata, felice, distratta, arrabbiata?
«In parte distratta e concentrata sui propri problemi, ma ci sono tanti segni di speranza, se si pensa al volontariato così diffuso, ai tanti giovani che vogliono impegnarsi, che sono aperti alle grandi prospettive, direi che è una comunità in cammino».
Anno hoferiano: lei e gli altri vescovi avete chiesto di farne una occasione di apertura, non di ulteriori divisioni. Ritiene che sia andata effettivamente così?
«Naturalmente non posso permettermi un giudizio complessivo. Dai tanti contatti che ho avuto l’anno scorso, mi sono convinto che il nostro messaggio è stato accolto positivamente. In particolar modo quando abbiamo scritto che “bisogna prendere in considerazione la situazione globale del ventunesimo secolo con il faticoso sforzo dei popoli dell’Europa di unirsi gradualmente insieme e di abbattere le varie barriere. La collocazione della nostra regione ci chiama ad essere ancora più impegnati nella costruzione dell’unità europea a beneficio del mondo intero. Inoltre, non possiamo scordare l’avvento della globalizzazione economica, che è attraversata in questo periodo da una grave crisi che fa aumentare il divario tra i pochi che possono essere considerati ricchi e i molti che vivono in povertà, e questo a livello mondiale ma anche nei nostri paesi sviluppati. La politica è a servizio della giustizia sociale, della pace e della tutela dell’ambiente anche per le generazioni future”. Ed anche per quel che riguarda il problema dell’immigrazione, vorrei ricordare un passaggio della lettera dei quattro vescovi: “Il concetto di Heimat (patria) è molto importante, è collegato con la nostra identità e la nostra cultura ed entra nel profondo dei nostri sentimenti. Nel nostro mondo pluralistico questo concetto ha subito una trasformazione e assume un significato diverso a seconda delle epoche storiche e dell’età delle persone. Dobbiamo fare in modo che anche persone di lingua e cultura differenti possano sentirsi a casa in questa nostra terra e dobbiamo pure essere grati che essi desiderino impegnarsi per la nostra terra”. Proprio la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che ho potuto celebrare il 17 gennaio scorso nella parrocchia di Regina Pacis di Bolzano con una messa multilingue ed un successivo spettacolo al Teatro Cristallo, mi ha convinto che siamo sulla buona strada»
La comunità italiana è sempre più concentrata a Bolzano e in pochi grandi centri: per i gruppi etnici più che di convivenza si dovrà parlare di percorsi di vita separati?
«Speriamo di no. Anche se è innegabile che c’è una distribuzione disuguale della popolazione che non facilita i contatti alla base, dobbiamo però anche considerare la grande mobilità e l’interconnessione attraverso i massmedia. Per questo non penso che si possa parlare di percorsi di vita separata. Se fosse così, ci priveremmo di una grande ricchezza, cioè di imparare gli uni dagli altri, di godere di questa grande opportunità di poterci agganciare a due culture. I due grandi gruppi etnici che convivono in Alto Adige sono come i due polmoni che danno forza e vita alla nostra terra».
Lei ricorda spesso che la Chiesa altoatesina ha lavorato profondamente sulla convivenza. Quali sono i suoi indirizzi su questo tema?
«Ricordo con estrema gratitudine l’impegno dei miei predecessori Josef Gargitter e Wilhelm Egger. Il mio operato come vescovo si muove in continuità con loro, e questo lo indica già il mio motto episcopale “Cristo è la nostra pace”. Per considerare la presenza di altre lingue e culture come ricchezza e non come minaccia per la propria identità è necessario essere sicuri della propria identità. Così siamo in grado di dialogare con l’altro. Abbiamo ora in Alto Adige non soltanto il problema della convivenza dei tre gruppi etnici storici, ma sempre di più il confronto con culture non europee e con religioni differenti dal cristianesimo. Per questo occorre ancora più lavorare per crescere nella propria identità culturale e religiosa, per stabilire contatti esenti da paure. Naturalmente anche per coloro che sono immigrati è necessario conoscere e rispettare i nostri principi costituzionali ed imparare anche le lingue del territorio per facilitare l’integrazione».
Golser è un teologo affermato nei temi legati alla bioetica e alla difesa dell’ambiente, tanto da dirigere l’Istituto per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Hanno lasciato il segno alcune sue prese di posizione, come l’auspicio di un riconoscimento per le copie di fatto.
Il suo curriculum, che ha intrecciato attività pastorale, incarichi di alto livello nella vita ecclesiastica e insegnamento di teologia, lo ha portato il 5 dicembre del 2008 a diventare il nuovo vescovo di Bolzano-Bressanone, nella difficile scelta per la successione a Wilhelm Egger, morto improvvisamente il 16 agosto. Conosciuto per la ricchezza delle sue riflessioni, Golser in questi primi mesi come vescovo sembra non avere modificato radicalmente impostazione, pur nella diversità del ruolo. Non ha fatto mancare parole nette sui temi della convivenza, sulla necessità di riscoprire i valori della fede nella vita quotidiana, di sapere accogliere chi arriva da altri Paesi. Sollecitazioni che possono emergere all’assemblea annuale di Assoimprenditori come a un incontro con gli stranieri.
Così il vescovo in una intervista al nostro giornale.
E’ passato un anno dal suo insediamento: come descriverebbe la comunità altoatesina, se dovesse usare pochissime parole: preoccupata, felice, distratta, arrabbiata?
«In parte distratta e concentrata sui propri problemi, ma ci sono tanti segni di speranza, se si pensa al volontariato così diffuso, ai tanti giovani che vogliono impegnarsi, che sono aperti alle grandi prospettive, direi che è una comunità in cammino».
Anno hoferiano: lei e gli altri vescovi avete chiesto di farne una occasione di apertura, non di ulteriori divisioni. Ritiene che sia andata effettivamente così?
«Naturalmente non posso permettermi un giudizio complessivo. Dai tanti contatti che ho avuto l’anno scorso, mi sono convinto che il nostro messaggio è stato accolto positivamente. In particolar modo quando abbiamo scritto che “bisogna prendere in considerazione la situazione globale del ventunesimo secolo con il faticoso sforzo dei popoli dell’Europa di unirsi gradualmente insieme e di abbattere le varie barriere. La collocazione della nostra regione ci chiama ad essere ancora più impegnati nella costruzione dell’unità europea a beneficio del mondo intero. Inoltre, non possiamo scordare l’avvento della globalizzazione economica, che è attraversata in questo periodo da una grave crisi che fa aumentare il divario tra i pochi che possono essere considerati ricchi e i molti che vivono in povertà, e questo a livello mondiale ma anche nei nostri paesi sviluppati. La politica è a servizio della giustizia sociale, della pace e della tutela dell’ambiente anche per le generazioni future”. Ed anche per quel che riguarda il problema dell’immigrazione, vorrei ricordare un passaggio della lettera dei quattro vescovi: “Il concetto di Heimat (patria) è molto importante, è collegato con la nostra identità e la nostra cultura ed entra nel profondo dei nostri sentimenti. Nel nostro mondo pluralistico questo concetto ha subito una trasformazione e assume un significato diverso a seconda delle epoche storiche e dell’età delle persone. Dobbiamo fare in modo che anche persone di lingua e cultura differenti possano sentirsi a casa in questa nostra terra e dobbiamo pure essere grati che essi desiderino impegnarsi per la nostra terra”. Proprio la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che ho potuto celebrare il 17 gennaio scorso nella parrocchia di Regina Pacis di Bolzano con una messa multilingue ed un successivo spettacolo al Teatro Cristallo, mi ha convinto che siamo sulla buona strada»
La comunità italiana è sempre più concentrata a Bolzano e in pochi grandi centri: per i gruppi etnici più che di convivenza si dovrà parlare di percorsi di vita separati?
«Speriamo di no. Anche se è innegabile che c’è una distribuzione disuguale della popolazione che non facilita i contatti alla base, dobbiamo però anche considerare la grande mobilità e l’interconnessione attraverso i massmedia. Per questo non penso che si possa parlare di percorsi di vita separata. Se fosse così, ci priveremmo di una grande ricchezza, cioè di imparare gli uni dagli altri, di godere di questa grande opportunità di poterci agganciare a due culture. I due grandi gruppi etnici che convivono in Alto Adige sono come i due polmoni che danno forza e vita alla nostra terra».
Lei ricorda spesso che la Chiesa altoatesina ha lavorato profondamente sulla convivenza. Quali sono i suoi indirizzi su questo tema?
«Ricordo con estrema gratitudine l’impegno dei miei predecessori Josef Gargitter e Wilhelm Egger. Il mio operato come vescovo si muove in continuità con loro, e questo lo indica già il mio motto episcopale “Cristo è la nostra pace”. Per considerare la presenza di altre lingue e culture come ricchezza e non come minaccia per la propria identità è necessario essere sicuri della propria identità. Così siamo in grado di dialogare con l’altro. Abbiamo ora in Alto Adige non soltanto il problema della convivenza dei tre gruppi etnici storici, ma sempre di più il confronto con culture non europee e con religioni differenti dal cristianesimo. Per questo occorre ancora più lavorare per crescere nella propria identità culturale e religiosa, per stabilire contatti esenti da paure. Naturalmente anche per coloro che sono immigrati è necessario conoscere e rispettare i nostri principi costituzionali ed imparare anche le lingue del territorio per facilitare l’integrazione».


