Bolzano. «Non vedo la mia famiglia da 17 anni. Quando riusciamo a sentirci, mia madre piange. Non sa se mi rivedrà prima di morire». Il partigiano curdo Selah Koneposhi ha 33 anni e in Iran è considerato un nemico dello Stato. Titolare di protezione sussidiaria, dopo le infinite peregrinazioni tra Medio Oriente ed Europa, per tornare nel suo paese d’origine e riabbracciare sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle dovrebbe ottenere un titolo di viaggio, il passaporto che l’ambasciata della repubblica Islamica dell’Iran gli negherà. E se mai il passaporto gli fosse concesso, su di lui penderebbe la taglia del curdo, del partigiano, del democratico. «Prima di lasciarmi morire mi farebbero a pezzi».

Sedici anni.

Selah Koneposhi nasce a Marivan nel 1986. Per i 200 mila abitanti il nome di questa città del Kurdistan iraniano è “Meriwan”, ma non lo si può scrivere così. La lingua è parte di ciò che gli oppressori hanno tolto a chi altrimenti potrebbe riconoscersi nella nazione curda, nella sua tradizione. Koneposhi ha imparato la grafia della sua madrelingua solo in Iraq, e da lì sono stati fiumi di parole per cantare la sua storia. Poesie su poesie, ora un romanzo da finire, nomi e cognomi e torture e privazioni e la speranza a bruciare nel sorriso dei compagni incontrati sul cammino su e giù per l’Italia.

Ma è il 2002 e siamo ancora a Marivan. Koneposhi ha 16 anni quando entra nel Partito Democratico del Kurdistan iraniano, laico e apertamente schierato contro la Repubblica Islamica, «che sostiene Al Qaeda e Isis e che attraverso la propria intelligence, Ettela’at, ottiene informazioni sui dissidenti curdi. Mi occupavo di informare i miei connazionali. Scrivevo sul giornale di partito, il Kurdistan, spiegavo ai miei concittadini i nostri diritti, cercavo di mantenere viva la consapevolezza di ciò che la Repubblica Islamica ci aveva fatto e ci stava facendo. La polizia segreta mi arrestò». Sono sei mesi di torture per cercare di estorcere le informazioni sul partito che Koneposhi mai darà. Duecento giorni per intaccare un tanto alla volta la sua dignità. Insieme a lui vengono arrestati altri membri del Partito Democratico, ma nel carcere di Marivan non si incontreranno mai, rinchiusi in loculi di un metro quadrato dove non ci si può neanche sdraiare. «Un giorno mia madre decise di parlare coi funzionari del carcere. La picchiarono. Mio padre e i miei fratelli non vennero a cercarmi, avrebbero fatto loro lo stesso». Passati sei mesi, Koneposhi viene rilasciato. Obbligo di firma ogni settimana, e ancora il pericolo di essere sbattuto di nuovo in prigione, se non peggio. E allora decide di scappare. Ha 16 anni e mezzo ed è un nemico della Repubblica Islamica dell’Iran.

Una nuova vita in Iraq.

Dal 2003 al 2010 Selah Koneposhi vive a Koya, città del Kurdistan iracheno. Prosegue l’attività giornalistica nel periodico della sua nazione, pubblica diverse poesie, entra in contatto con gli intellettuali curdi con cui nel tempo stringerà amicizie importanti: c’è Jasim Xoshnaw, docente a Pisa, c’è la cantora del popolo curdo Kizhan Ibrahim, c’è Ali Bachtyar, la cui ultima opera è “L’ultimo melograno”, pubblicata da Chiarelettere. In Iran il governo continua a cercarlo. «Il regime ha potere anche sul Kurdistan iracheno – spiega –, quindi dopo sette anni ho deciso di fuggire ancora».

Senza documenti.

Koneposhi paga 1200 euro per il viaggio. Primo passo, nove giorni in Siria, a Damasco. Poi la Turchia, due giorni a Marmaris: tra i turisti in gita sui caicchi, in cerca di soprammobili esotici o di avventure da raccontare agli amici con ingenua malizia neocolonialista, lui cerca i trafficanti di esseri umani che lo porteranno in Italia. Indebitandosi, la sua famiglia ha messo insieme 3 mila euro. Di mano in mano, la somma attraversa duemila chilometri e arriva nelle mani di Selah. Raggiunge Patrasso: sono 85 giorni nella clandestinità, senza documenti.

Refugees welcome.

Non finiscono più le nove ore passate in quella barchetta, stipati in trenta sotto la pioggia battente e i flutti rabbiosi del mar Adriatico. «I trafficanti erano armati, il mare era in tempesta. Ma non avevo paura, perché morire in mare sarebbe stato sempre meglio che in Iran sotto le torture». Alle cinque del mattino arrivano a Brindisi, a Lecce, Koneposhi non lo sa. I carabinieri fermano tutti. «Mi hanno portato in caserma, volevano prendere le mie impronte digitali. Non avevo mai fatto niente a nessuno, perché dovevano schedarmi come se fossi un criminale? Mi sono rifiutato per ore, poi però un militare mi ha afferrato per un braccio e ha preso le mie impronte contro la mia volontà».

Viene subito rimesso in libertà. Grazie al prestito di un amico Koneposhi compra un biglietto del treno per Milano. Da lì Nizza, Parigi, ma nel viaggio verso Francoforte, all’altezza di Düsseldorf, la polizia tedesca sale a bordo. Gli agenti vedono che è stato schedato in Italia: dopo tre mesi di carcere a Ingelheim lo spediscono a Roma insieme a un foglio in cui è scritto che spetta all’Italia dargli accoglienza. In questura, a Roma, gli dicono che di posto non ce n’è. «Allora sono tornato a Lecce. Ho dormito sui treni per tre giorni, senza cibo». Alla questura di Lecce la scena è la stessa. «Ho passato tutto il febbraio del 2011 sulla strada. Avevo febbre, dolori renali. Alla Caritas mi davano al massimo una mela, una pagnotta, e ogni giorno in questura mi ripetevano la stessa cosa, finché non mi hanno comprato un biglietto per andare a Crotone».

Le lacrime di una madre.

In Calabria Koneposhi è accolto dalla cooperativa Agorà Kroton. «A Crotone mi hanno dato una speranza. Ho fatto un corso di italiano, sono perfino andato al mare. Con Pino e con suo figlio Arduin siamo ancora amici, e poi c’era il giardiniere Antonio, che per tre mesi mi ha portato a lavorare insieme a lui. Mi portava in auto, mi offriva un caffè, una sigaretta. In tre mesi ho guadagnato 1500 euro, così mi sono comprato un cellulare». Sorride. «La prima cosa che ho fatto? Ho chiamato mia madre. Lei non è riuscita a dire neanche una parola, piangeva dalla gioia di sapermi vivo». Nel frattempo le cose in Iran non sono affatto migliorate. «Picchiano tutti, indistintamente. L’anno scorso hanno arrestato i miei due fratelli: li hanno tenuti in carcere e picchiati per un mese, solo per sapere se avessero contatti con me. Controllano le telefonate: io non posso chiamare la mia famiglia, devo aspettare che siano mia madre, i miei fratelli o le mie sorelle a farlo. E una volta messo giù cancellano subito l’ultima telefonata dal registro. Non hanno mie foto, nemmeno a casa».

Una vita bruciata.

«Dopo sette mesi a Crotone sono stato convocato in commissariato. E lì hanno bruciato la mia vita». Di fronte alla commissione Selah ancora non riesce a raccontare le proprie peripezie in italiano. Lo fa in persiano, ma nemmeno l’interprete iraniano sa tradurre bene, e così ne esce un racconto monco, sbagliato, in quella mezz’ora di udienza contro le 3, 4 di prassi. Gli è data la protezione sussidiaria. «Noi curdi abbiamo bisogno di interpreti curdi che sappiano bene l’italiano. Anche in Europa i persiani ci remano contro». Koneposhi va a Stoccarda, per un mese vive a casa di un amico. Poi torna in Italia, a Bolzano. Per un mese dorme per strada, dove può. Interviene la Caritas: lo aiuta e gli offre la possibilità di seguire un corso di italiano. Lui trova lavoro come lavapiatti e poi come pizzaiolo, così da riuscire a pagarsi un affitto.

Oggi vive a Bressanone e lavora in una fabbrica del posto. Ogni cinque anni deve farsi rinnovare il titolo di viaggio, quindi recarsi all’ambasciata iraniana.

«Non me lo rinnoveranno. Sono diciassette anni che non vedo la mia famiglia. Mio padre è morto 14 anni fa, mi hanno detto che sul letto di morte, in ospedale, chiamava il mio nome. Hanno ucciso più di trenta partigiani curdi, miei amici, ogni 24 ore in Iran sei curdi vengono ammazzati. Ho dimenticato il viso di mia madre, come rideva. Quando la sento lei mi dice che ha paura di morire senza avermi mai più rivisto. E io non so cosa risponderle».