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BOLZANO. Aggredito al pronto soccorso mentre lavorava. A distanza di mesi, quel medico ha deciso di raccontare la sua storia. Ieri, 12 marzo, si è celebrata la Giornata nazionale contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e sociosanitari. Matteo Gavinelli era in turno al pronto soccorso del San Maurizio quel giorno di novembre in cui si è trovato a subire e gestire l'aggressione da parte di un paziente. «Ho iniziato a lavorare nei Pronto soccorso circa 15 anni fa, perché penso che sia una delle specializzazioni più interessanti che ci sia per la quantità e varietà di casi con cui si è alle prese quotidianamente», racconta Gavinelli, originario della provincia di Novara, da due anni in servizio a Bolzano.
La tensione
Ecco il suo racconto. «Il paziente era molto giovane, probabilmente sotto i 30 anni, e già nella fase di triage si era rivelato aggressivo, manifestando comportamenti inappropriati. Ciò ha fatto sì che venisse immediatamente attenzionato dal personale di sicurezza». Spesso si tende a inquadrare come violenza unicamente le aggressioni fisiche, ricorda la Asl, sottovalutando altri tipi di comportamenti altrettanto deleteri e censurabili come le minacce, le molestie o le gravi offese verbali, proprio com'è successo al medico d'urgenza. «Non è stato possibile appurare se la persona in questione fosse in uno stato di alterazione indotto da sostanze», spiega Gavinelli, «Chiedeva di eseguire delle indagini strumentali per un problema avuto almeno un mese prima. Inoltre, aveva rifiutato il trattamento proposto in precedenza e ne pretendeva un altro». Il medico ha provato a trovare un punto d'incontro con il paziente, mostrandosi conciliante e comprensivo: «Nonostante non fosse disposto a ragionare, ho tentato di fargli capire per quale motivo alcune delle sue richieste fossero fuori luogo. Poi ho cercato anche di rassicurarlo sul fatto che sarebbero stati condotti alcuni tipi di accertamenti sul suo stato di salute».
L'aggressione
Credendo che le acque si fossero calmate, Gavinelli ha chiesto nuovamente al paziente di aspettare il suo turno e ha abbandonato la sala visite per riprendere il proprio lavoro in ambulatorio. Una manciata di minuti dopo le urla sono riprese più veementi di prima. «Ha iniziato nuovamente ad andare in escandescenze, a inveire e a minacciarci di violenze e di morte. Inoltre, tirava pugni contro gli arredi del Pronto soccorso», prosegue il medico.
A quel punto, è stato necessario l'intervento delle Forze dell'ordine: «Il paziente è stato arrestato e portato via. Se non ci fosse stata la vigilanza interna, le cose sarebbero potute andare molto peggio».
Il dialogo
A volte le situazioni conflittuali possono scatenarsi anche perché il paziente avverte a torto o ragione una scarsa o totale mancanza di empatia da parte di coloro che dovrebbero curarle, sottolinea la Asl. Gavinelli su questo ha le idee chiare: «Siamo di fronte alla classica guerra tra poveri. Il Pronto soccorso è il luogo dove da una parte si incontrano le richieste dei pazienti e dei loro familiari, che ritengono spesso che al loro problema debba essere data una soluzione immediata, mentre dall'altra ci sono operatori sanitari talvolta stanchi, che magari hanno tenuto ritmi alti per molte ore». E prosegue: «La “de-escalation” dell'ottanta percento dei casi a rischio di aggressione si otterrebbe avendo il tempo di parlare e spiegare bene le cose. Ciò, però, non è sempre fattibile, magari perché il paziente è già aggressivo e non ha intenzione di ascoltare, oppure perché ha fatto uso di sostanze. Inoltre, una certa influenza può averla anche lo scoglio linguistico».
Per il personale è una sfida quotidiana. «I parametri che indicano la possibilità che un operatore del Pronto soccorso possa incappare nel burnout sono fuori scala. Con il Covid, poi, questa situazione è peggiorata ancora di più», ricorda il medico.
La prevenzione
La Asl si è attivata offrendo al personale corsi specifici per la gestione delle situazioni a rischio di aggressione. «Ulteriori misure introdotte, tra le altre, sono i sistemi di videosorveglianza, stanze chiudibili a chiave in cui rifugiarsi in caso di necessità, adeguata illuminazione degli areali e dei parcheggi, sistemi di chiamata diretta delle Forze dell'ordine e l'installazione di schermi che indicano la successione dei numeri dell'accettazione per fornire informazioni costantemente aggiornate sui tempi di attesa».


