PHOTO
Bolzano. «Dal Coronavirus si può anche guarire». A raccontarlo, con una gioia incontenibile, è il cinquantenne bresciano Claudio Chiari. Ricoverato al San Maurizio il 5 marzo, perché in Lombardia non c’erano posti liberi. Polmonite, seria. Ieri, anche se con più di qualche difficoltà, dopo le dimissioni se n’è tornato a casa. Racconta il dietro le quinte e, soprattutto, vuole che la gente sappia: si può guarire ed è tutto merito dei nostri medici.
A Brescia niente posti liberi
Claudio Chiari è un giornalista, lavora per il gruppo lombardo Radio Number One, con sede fra Milano e Bergamo. Insomma, viene dalla zona caldissima. «Siamo in pieno delirio», sintetizza al telefono senza mezze parole. «Se mi fossi ammalato ora, mi avrebbero lasciato di certo a casa»
E invece è stato fortunato. «Il 3 marzo sono andato nelle tende dove facevano il tampone e sono stato trovato positivo. Mi hanno ricoverato temporaneamente al pronto soccorso di Brescia. Il 5 mattina il primario mi ha dato la notizia: polmonite interstiziale bilaterale. Non gravissima, ma necessitava di ricovero. L’ospedale però era già molto in crisi. A me e ad un’altra persona hanno allora proposto il trasferimento a Bolzano, dove c’erano due posti disponibili. Sono arrivato al San Maurizio in ambulanza».
All’inizio eravamo in pochi
Il bresciano è stato ricoverato in malattie infettive. «Eravamo soltanto in quattro, e c’erano ancora diversi posti liberi. Ora che ho concluso il percorso di cura, il 20 marzo, so che hanno aperto posti dedicati al Coronavirus a dermatologia, in geriatria, in riabilitazione».
Farmaci contro Ebola e Hiv
Il giornalista illustra le cure cui è stato sottoposto: «La cura che fanno a tutti, a base di pillole contro Hiv ed Ebola, due arancioni e una bianca. È il mix “classico”». I due bresciani, così venivano chiamati al San Maurizio «anche se l’altro ricoverato in realtà era un rom serbo», sono stati curati gradualmente. «Molto molto lentamente, pian pianino, la febbre è scomparsa. La polmonite pure, gradualmente si è ridotta. Dopodiché, dopo una settimana, venerdì scorso siamo stati sottoposti nuovamente ai tamponi per vedere se eravamo ancora positivi. I risultati sono usciti con dubbio. Un bene: inizi positivo e poi, man mano che combatti, perdi la carica virale. Finora non sono ancora mai uscito negativo, ma sono stato considerato clinicamente guarito».
A casa, anche se con difficoltà
A quel punto, la scelta: «O la caserma di Colle Isarco, dove stanno le persone ormai guarite ma non negativizzate, o isolamento domiciliare a casa». Chiari ha scelto la seconda, ma tornare non è stato affatto semplice. «Non c’erano ambulanze per riportarmi indietro. La Lombardia è in tilt e per via delle prescrizioni del governo nazionale non potevano portarmi qui la mia macchina». Alla fine, il paziente bresciano si è pagato un’ambulanza privata. «A Bolzano erano pronti a firmarmi la lettera di dimissioni, ma dovevano essere certi che il trasporto avvenisse in sicurezza, con un’ambulanza di un ente accreditato». Il trasporto è stato effettuato con estrema precisione: «Mascherine e tuta, sia io che l’altro paziente. Siamo tornati a casa, quindici giorni dopo essere entrati al San Maurizio».
Grazie, a tutti
Ci sarebbe di mezzo la privacy, ma a Chiari interessa poco. Tiene a fare nomi e cognomi, «perché se lo meritano». Sciorina: «Dottoressa Zocchetti, dottoressa Bonometti, l’infermiere Zdenko, l’infermiera Dani, il tecnico di radiologia Marica ecc. ecc.».
Apprensione massima
Chiari fa il giornalista, ha il fiuto del cronista. Quindi, domande a tutti. E chiunque - quando può - si sfoga. Per esempio: «C’è l’infermiera che non vede la figlia da settimane perché fa i doppi turni». Ma apprensione c’è da parte di tutti, dentro al San Maurizio. «Pensate: ogni volta che entrano in una stanza per curare un paziente, all’uscita poi devono levarsi tutti i vestiti che hanno addosso. Ogni santa volta via i calzari, il camice, il copricapo. A malattie infettive ci sono abituati, vivono così sempre. A dermatologia è differente. Perciò hanno dovuto seguire corsi e adattarsi». La fatica, all’interno dell’ospedale, è grande assai. «C’è la fatica fisica dei doppi turni, ma poi c’è la tensione psicologica. Non si può sbagliare, neanche una volta. Neanche una procedura. Ogni singola volta che entrano in una stanza rischiano il contagio. E questo tutto il giorno, tutti i giorni. Quella sì è vera tensione». Per questo, racconta ancora Chiari, ai pazienti viene chiesta collaborazione. «Dalla finestra, senza entrare in stanza, chiedevano a noi di misurarci la saturazione dell’ossigeno, la febbre. Cercavano molto la collaborazione nostra». Il lato umano davvero bellissimo, precisa ancora il giornalista bresciano, «è che cercano di tirarti su il morale, ti spingono a reagire positivamente». Ma chi sta due settimane in un reparto così, lo percepisce, lo sa, ne è certo. «Magari escono da una stanza dove qualcuno sta morendo, e non danno a vedere nulla». Fantastici, chiosa Chiari. Tutti. «Anche quelli di cui nessuno parla mai, come il personale ausiliario, ossia chi fa le pulizie. Anche loro, sempre in prima linea, a rischiare la pelle».
A casa
Ora che è a casa, Claudio ci dovrà rimanere per altri 14 giorni, in quarantena. Al termine delle due settimane verrà sottoposto a tampone e, se come ci si aspetta, sarà positivo, potrà tornare alla vita normale. «Anche se ora in Lombardia è un delirio totale. Vivo a Brescia, la mia radio ha sede a metà strada fra Bergamo e Milano. La zona peggiore». Chiari conclude il suo racconto così: «Conoscevo l’Alto Adige, ci vengo a sciare. E la vostra città mi piaceva già prima. Ma adesso... Sono grato a tutti. Qui ogni singolo malato lo fanno sentire bene».
A Brescia niente posti liberi
Claudio Chiari è un giornalista, lavora per il gruppo lombardo Radio Number One, con sede fra Milano e Bergamo. Insomma, viene dalla zona caldissima. «Siamo in pieno delirio», sintetizza al telefono senza mezze parole. «Se mi fossi ammalato ora, mi avrebbero lasciato di certo a casa»
E invece è stato fortunato. «Il 3 marzo sono andato nelle tende dove facevano il tampone e sono stato trovato positivo. Mi hanno ricoverato temporaneamente al pronto soccorso di Brescia. Il 5 mattina il primario mi ha dato la notizia: polmonite interstiziale bilaterale. Non gravissima, ma necessitava di ricovero. L’ospedale però era già molto in crisi. A me e ad un’altra persona hanno allora proposto il trasferimento a Bolzano, dove c’erano due posti disponibili. Sono arrivato al San Maurizio in ambulanza».
All’inizio eravamo in pochi
Il bresciano è stato ricoverato in malattie infettive. «Eravamo soltanto in quattro, e c’erano ancora diversi posti liberi. Ora che ho concluso il percorso di cura, il 20 marzo, so che hanno aperto posti dedicati al Coronavirus a dermatologia, in geriatria, in riabilitazione».
Farmaci contro Ebola e Hiv
Il giornalista illustra le cure cui è stato sottoposto: «La cura che fanno a tutti, a base di pillole contro Hiv ed Ebola, due arancioni e una bianca. È il mix “classico”». I due bresciani, così venivano chiamati al San Maurizio «anche se l’altro ricoverato in realtà era un rom serbo», sono stati curati gradualmente. «Molto molto lentamente, pian pianino, la febbre è scomparsa. La polmonite pure, gradualmente si è ridotta. Dopodiché, dopo una settimana, venerdì scorso siamo stati sottoposti nuovamente ai tamponi per vedere se eravamo ancora positivi. I risultati sono usciti con dubbio. Un bene: inizi positivo e poi, man mano che combatti, perdi la carica virale. Finora non sono ancora mai uscito negativo, ma sono stato considerato clinicamente guarito».
A casa, anche se con difficoltà
A quel punto, la scelta: «O la caserma di Colle Isarco, dove stanno le persone ormai guarite ma non negativizzate, o isolamento domiciliare a casa». Chiari ha scelto la seconda, ma tornare non è stato affatto semplice. «Non c’erano ambulanze per riportarmi indietro. La Lombardia è in tilt e per via delle prescrizioni del governo nazionale non potevano portarmi qui la mia macchina». Alla fine, il paziente bresciano si è pagato un’ambulanza privata. «A Bolzano erano pronti a firmarmi la lettera di dimissioni, ma dovevano essere certi che il trasporto avvenisse in sicurezza, con un’ambulanza di un ente accreditato». Il trasporto è stato effettuato con estrema precisione: «Mascherine e tuta, sia io che l’altro paziente. Siamo tornati a casa, quindici giorni dopo essere entrati al San Maurizio».
Grazie, a tutti
Ci sarebbe di mezzo la privacy, ma a Chiari interessa poco. Tiene a fare nomi e cognomi, «perché se lo meritano». Sciorina: «Dottoressa Zocchetti, dottoressa Bonometti, l’infermiere Zdenko, l’infermiera Dani, il tecnico di radiologia Marica ecc. ecc.».
Apprensione massima
Chiari fa il giornalista, ha il fiuto del cronista. Quindi, domande a tutti. E chiunque - quando può - si sfoga. Per esempio: «C’è l’infermiera che non vede la figlia da settimane perché fa i doppi turni». Ma apprensione c’è da parte di tutti, dentro al San Maurizio. «Pensate: ogni volta che entrano in una stanza per curare un paziente, all’uscita poi devono levarsi tutti i vestiti che hanno addosso. Ogni santa volta via i calzari, il camice, il copricapo. A malattie infettive ci sono abituati, vivono così sempre. A dermatologia è differente. Perciò hanno dovuto seguire corsi e adattarsi». La fatica, all’interno dell’ospedale, è grande assai. «C’è la fatica fisica dei doppi turni, ma poi c’è la tensione psicologica. Non si può sbagliare, neanche una volta. Neanche una procedura. Ogni singola volta che entrano in una stanza rischiano il contagio. E questo tutto il giorno, tutti i giorni. Quella sì è vera tensione». Per questo, racconta ancora Chiari, ai pazienti viene chiesta collaborazione. «Dalla finestra, senza entrare in stanza, chiedevano a noi di misurarci la saturazione dell’ossigeno, la febbre. Cercavano molto la collaborazione nostra». Il lato umano davvero bellissimo, precisa ancora il giornalista bresciano, «è che cercano di tirarti su il morale, ti spingono a reagire positivamente». Ma chi sta due settimane in un reparto così, lo percepisce, lo sa, ne è certo. «Magari escono da una stanza dove qualcuno sta morendo, e non danno a vedere nulla». Fantastici, chiosa Chiari. Tutti. «Anche quelli di cui nessuno parla mai, come il personale ausiliario, ossia chi fa le pulizie. Anche loro, sempre in prima linea, a rischiare la pelle».
A casa
Ora che è a casa, Claudio ci dovrà rimanere per altri 14 giorni, in quarantena. Al termine delle due settimane verrà sottoposto a tampone e, se come ci si aspetta, sarà positivo, potrà tornare alla vita normale. «Anche se ora in Lombardia è un delirio totale. Vivo a Brescia, la mia radio ha sede a metà strada fra Bergamo e Milano. La zona peggiore». Chiari conclude il suo racconto così: «Conoscevo l’Alto Adige, ci vengo a sciare. E la vostra città mi piaceva già prima. Ma adesso... Sono grato a tutti. Qui ogni singolo malato lo fanno sentire bene».


