BOLZANO. Le sue tante vite nascono da una, la prima. E da un giorno: "Pensavo che fosse una questione di occhiali. Immaginavo un appannamento...". Invece era la prima curva dell'esistenza che si stava presentando. Ipovedente, la sentenza. Poteva essere l'ultimo tornante e invece no, ne sono arrivati tanti altri, e molti rettilinei. Perché non vedere bene può essere una sfida capace, se vinta, di far osservare meglio il mondo. E se stessa. Monica Bancaro ne ha così viste tante, passando attraverso la politica, la scelta della sinistra ma pure della danza, anche estrema: «Volevo dipingere - spiega - e fare la classica o comunque danzare dentro una disciplina, mi era sembrato un modo di disegnare». Fosse solo nell'aria. E poi il lavoro: commessa storica della Upim, il primo centro commerciale che i bolzanini videro, con i bambini che salivano sulle sue - allora inedite - scale mobili come su una giostra; l'impegno per i diritti delle donne che diventa quello per l'associazione dei ciechi e gli ipovedenti, di cui diviene dirigente, come anche del Pd, tra passaggi nella segreteria del circolo Don Bosco e la sua voce, sempre ascoltata, nelle assemblee. Partendo da una considerazione: «Una minoranza non deve chiedere l'elemosina». Che sia quella che nasce in un disagio o in una menomazione fisica oppure allo star dentro qualcosa di non condiviso dai più. Lo spazio per mostrare di esserci va rivendicato, ecco, in fondo, la storia di una donna che non si è fermata al primo tornante in salita.

Dov'è stato il primo giorno in cui le cose cambiano?

"In IV liceo. A 17 anni. Lo facevo a Verona perché qui non c'era l'artistico. E io volevo fare la restauratrice".

Dunque?

"Vado dall'oculista. Credo che sia solo questione di occhiali e di lenti. Gli dico: vedo appannato. E arriva la sentenza".

Che è successo da quel momento?

"Le prime scelte. Innanzitutto addio al sogno del restauro. Per fare quel lavoro sarebbero occorsi occhi attenti, particolari da osservare quasi al microscopio. Niente".

Paura?

"Un po' sì, all'inizio. Poi mi sono detta: qui occorre reinventarsi. Avevo vent'anni e ho messo insieme le cose che avevo e ho provato a lavorare".

Riuscita?

"È andata bene. Alla Upim cercavano commesse. Allora era una grande cosa quel magazzino, il primo grande magazzino, quasi un centro commerciale. Si respirava la modernità".

Problemi, rispetto al suo stato?

"Mi sono attivata. C'erano le pistole per mettere i prezzi sui prodotti. E per rilevarli. Alla fine riuscivo a capire la cifra solo sentendo i diversi "clic" della pistola. Sono stata bene. Al punto che sono diventata delegata sindacale del personale".

Subito la politica dunque.

"Allora si era generazioni molto politicizzate. Al liceo si discuteva, si litigava, si leggevano i giornali. A Verona, poi, dove ho fatto il liceo, si respiravano i fermenti della grande città. Erano i decenni degli infiniti confronti sui grandi temi, come quello dell'emancipazione femminile, le lavoratrici madri, le libertà, lo statuto dei lavoratori".

Prima decisione in merito?

"Mi sono iscritta al Pci. Mi sembrava un posto dove si immaginava di cambiare il mondo".

Compagni di viaggio allora?

"Lionello Bertoldi, Maria Assunta Cheneri. Sono nate tante amicizie. Per non parlare di Mascagni, della moglie Nella, di Anselmo Gouthier".

Poi il Pd vero?

"Passando da decine di assemblee, discussioni, strappi. Prima il Pds, poi i dem con amici che hanno invece scelto Rifondazione. Anni di gran movimento".

L'impegno giovanile per le donne ha a che fare col suo di ieri e di oggi con l'associazione ciechi e ipovedenti?

"Molto a che fare. Le minoranze sono tutte da proteggere. Non è che se uno non vede il suo destino deve essere segnato, come chiedere l'elemosina davanti alle chiese. Le difficoltà devono trovare sbocchi positivi, e quelli si trovano nel lavoro collettivo, nella sensibilizzazione, anche nella politica".

Ad esempio?

"L'eliminazione delle barriere architettoniche, la possibilità di accesso alle nuove tecnologie".

Che oggi ci sono?

"Non si ha idea di quanto servano, ad esempio, i libri parlati. Oppure gli strumenti per accedere alla visione dei cellulari. O ancora l'intelligenza artificiale. Tanti guardano a tutto questo con sospetto ma le loro applicazioni sono una manna per chi non vede o non vede bene. La AI per noi è oro".

Poi arriva anche l'Anpi. Anche quella in linea con la sua vita no?

"Ad un certo punto, per questioni molto naturali, l'associazione ha aperto anche ai non partigiani. E io ero lì".

Ma non va dimenticata la sua ultima, o penultima chissà, vita. Che dire della danza?

"Che dire di una passione? Che c'è. E io l'ho seguita. Una volta, pensandoci, mi sono detta che era forse lo sbocco per chi, come me, amava e ama dipingere".

Perché danzare è come disegnare?

"Un po' sì. Tracciare segni nell'aria. Farne sempre di nuovi e di propri".

Uno snodo in questa sua ulteriore esistenza?

"L'incontro con Barbara Ante e il suo Evento Danza. Mi ero anche inscritta a corsi di danza classica, che è in fondo la premessa della disciplina, la porta d'ingresso".

Dicono che non si sia fermata lì...

"E certo. Oggi mi piace molto la "pole dance".

Sarebbe?

"Uno sport ma anche un'arte che unisce ginnastica acrobatica alla danza, e si svolge attorno ad un palo verticale, dove eseguire figure di forza o pose aeree. Ho incontrato Gessica Critelli, che la insegna. Si è formata all'Isef, per dire".

La prossima curva?

"Chissà. Intanto abbiamo messo nel manifesto della prevenzione e informazione ciechi e ipovedenti una testimonial della pole dance. Con sopra scritto: "Informazione è prevenzione".

In famiglia che dicono?

"Ho un marito che è la mia forza".