BOLZANO. Il viatico che ha stroncato la vita della giovane prostituta bulgara è durato otto minuti. Non si può ancora essere certi se siano stati otto minuti di pura follia ma le indagini sul delitto di via Macello hanno già messo in chiaro un fatto apparentemente anomalo; sino a pochi minuti prima della tragedia vittima e carnefice stavano tranquillamente parlando e, probabilmente, avrebbero voluto rivedersi. Ad indicarlo sono alcuni dati tecnici forniti dal telefonino di Svetla Fileva che alle 5.45 di domenica mattina ha memorizzato il numero di telefono di Kevin Montolli. L’omicida le ha fatto uno squillo in maniera che il numero stesso venisse visualizzato sull’apparecchio della vittima. Un sistema spiccio abitualmente utilizzato per passarsi i numeri telefonici tra amici e conoscenti. Alle 5.53 (otto minuti dopo) dal Centro Profughi di via Macello è partita la richiesta di aiuto al 118 dopo che erano state avvertite le urla e le invocazioni di aiuto della vittima, ormai a terra morente. Cosa è accaduto in quegli otto minuti? Kevin, che ieri ha sostenuto due ore e mezza di interrogatorio davanti al giudice Carlo Busato, dice di non ricordarsi nulla. Anzi, ricorda il sangue ma non le fasi del delitto. E non ricorda (o per lo meno dice di non ricordare) quale sarebbe stata la scintilla che ha provocato una simile esplosione di violenza. La donna infatti è stata massacrata in pochi secondi con ben 28 coltellate.

Un raptus. Che si sia trattato di un raptus è un fatto pressochè accertato, confermato dalle stesse modalità con cui la “lucciola” bulgara è stata assassinata. Ma Kevin, più volte sollecitato dal giudice e dal pubblico ministero, anche ieri non ha voluto o non ha potuto (per effetto di un buco nero mentale) spiegare perchè ha ucciso con tanta rabbia. Rimane sempre il sospetto che il ragazzo sia stato deriso e si sia sentito profondamente umiliato. Forse proprio per valutazioni di carattere sessuale. Ieri nel corso dell’interrogatorio (durato due ore e mezza) l’indagato non ha saputo neppure dire se quella notte, prima di uccidere, abbia fatto sesso o meno con la sua vittima. Saranno le analisi di laboratorio, affidate al reparto scientifico della polizia a svelarlo anche grazie ai profili di Dna riscontrabili. Dovrà essere anche analizzato un preservativo srotolato (ma forse non utilizzato) che l’omicida ha cercato - quella notte - di far sparire dal luogo del crimine.

I tabulati. Gli inquirenti ed anche gli avvocati di difesa pensano poi di ottenere altre preziose informazioni dal controllo dei tabulati telefonici dei cellulari in uso all’omicida e alla vittima. E’ soprattutto il telefono di Kevin Montolli a poter fornire importanti particolari. Il giovane (che prima di presentarsi in Questura cancellò tutte le memorie sulle telefonate fatte e ricevute) nega di essere stato un abituale cliente di prostitute ma non sa spiegare perchè la notte della tragedia, dopo aver trascorso alcune ore in discoteca ed aver fatto ritorno nella sua stanza alla «Kolpinghaus» (a pochi passi da piazza Domenicani) abbia deciso verso le 5 del mattino di domenica di inforcare la bicicletta per farsi un giro tra le «belle di notte» di via Macello, con un coltello in tasca. Più o meno come aveva fatto tre anni fa , quando - ad appena 16 anni - rapinò una prostituta sempre con un coltello. Di quell’episodio (che rappresenta un pericoloso precedente) Kevin Montolli (che prima dell’interrogatorio ha avuto due incontri con i propri avvocati) non ha voluto assolutamente parlare. Anche se ha spiegato al giudice per quale motivo anche in questa occasione girava in città di notte con un coltello pronto all’uso.

L’arma. «Ultimamente quel coltello lo avevo sempre con me per motivi di difesa» ha spiegato il giovane. Kevin ha raccontato dei pessimi rapporti con un suo compagno di stanza alla «Kolping» e di essere stato in più occasioni malmenato e minacciato. Aveva sporto denuncia ed aveva paura. «Temevo di poter essere ancora aggredito - ha detto al giudice - per questo avevo deciso di armarmi con un coltello». Un amico «fedele», dunque, da avere sempre a portata di mano. Kevin, probabilmente, non pensava che fosse così facile uccidere. Ha colpito con una furia impressionante ma solo ora, dopo i primi giorni di carcere, sembra aver finalmente capito la gravità di quanto accaduto. In cella è disperato. Anche ieri l’udienza di convalida del fermo è stata più volte interrotta a seguito del pianto dell’imputato a cui la Procura potrebbe anche contestare le aggravanti della crudeltà e dei futili motivi. «Kevin è ancora sotto shock» hanno ribadito ieri a conclusione dell’interrogatorio gli avvocati difensori Flavio Moccia e Julia Mathà che hanno già nominato un primo consulente, lo psichiatra Claudio Fabrici già coinvolto con successo nel caso della suocera uccisa a martellate dal genero a Sarentino. Anche per questo caso si passerà attraverso una rigorosa valutazione psichiatrica dell’imputato.

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