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di Carlo Martinelli
Dove trovare la chiave per aprire la porta di un romanzo dolce e feroce come solo una scrittura a lungo coltivata e meditata può regalarci? Forse nell’ultima pagina? “Dovremmo scriverlo nella dichiarazione di appartenenza linguistica: nata sotto questo cielo”.
Forse nella nota dell’autrice, in apertura. “Il romanzo attraversa quasi un secolo di storia dell’Alto Adige Sudtirol - dalla Prima guerra mondiale, quando sono arrivati gli italiani, passando per il censimento di dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico nel 1961; dalle lotte di Langer, al suo suicidio, alla guerra nei Balcani all’inizio degli anni Novanta - sovvertendone la cronologia. Come se un colpo di vento avesse scompigliato le carte della storia, mescolandole tra le mani della bambina attraverso il cui sguardo la vicenda è narrata...”
O, forse, la chiave sta in tutto quello che c’è in mezzo: nelle 216 pagine, che non si faranno dimenticare tanto presto, de “L’animo leggero”, il romanzo della bolzanina Kareen De Martin Pinter che Mondadori manda in libreria martedì prossimo nella sua collana “principale” di narrativa, quella degli scrittori italiani e stranieri (17 euro). Un esordio importante, un romanzo destinato a lasciare il segno. Vien da pensare a “L’italiana” di Joseph Zoderer che proprio Mondadori pubblicò in edizione italiana, nel 1985.
E certamente non sfugge che anche “Eva dorme”, il fortunato romanzo “storico altoatesino” di Francesca Melandri, porta il marchio Mondadori.
“L’animo leggero” è però, prima di tutto e soprattutto, lo sguardo ora doloroso ora stupito, di Marta, la protagonista dentro un romanzo urbano, tutto bolzanino. Siamo all’inizio degli anni Novanta e la scheda che ne accompagna il cammino editoriale - Mondadori punta con forza su questo romanzo - è esemplarmente chiara, per una volta. Marta ha dieci anni e tre amiche. Hanno inventato un gioco crudele e segreto: a turno una di loro diventa la nemica del gruppo, quella su cui riversare tutto l’odio di cui sono capaci. E il mondo dei grandi non sembra accorgersene più di tanto: tra i genitori di Marta le cose non funzionano da tempo, e la città in cui vivono è attraversata da tensioni costanti e quotidiane.
Perché Marta abita a Bolzano, divisa tra K, i krucchi, tedeschi, e V, i valsce, gli italiani. Una terra ricca eppure lacerata in ogni gesto quotidiano dalle regole della “proporzionale etnica” e, ancor più, dalla lama della lingua. Romanzo di formazione, sorta di ragazzi della via Pal in salsa etnica, K vs V, guardie contro ladri, con passaggi forti, che lasciano il segno: le feroci prove cui sottoporre le amiche - nemiche; la misteriosa goccia che - clop clop - risale le scale del condominio; la visita a Dachau (al ritorno Marta piange, sola, sul balcone di casa, guardando le montagne attorno Bolzano); i giorni delle proteste contro le gabbie etniche (non è chiamato per nome, ma è un indimenticabile Alexander Langer, in piedi su uno sgabello, a tenere un comizio appassionato); uno straziante incontro tra Marta e il padre, scacciato di casa e ridotto a barbone nel sottopasso della stazione ferroviaria; la musica, compagna quotidiana della ragazzina; cerbiatti, pipistrelli e criceti, parte di quella natura, talvolta ferita ed umiliata, che è il contraltare alla vita di quartiere, al condominio, alla scuola; un terribile incendio che chiude, simbolicamente, il libro e fors’anche l’infanzia di Marta. Quella piccola Marta che ha immaginazione, ha cuore, e si chiede - e ci chiede - cosa mai di quell’infanzia riuscirà a portare nel mondo degli adulti, dove troppo spesso la ferocia e la cattiveria sono accettate senza opporvisi.
Di certo, la ragazzina V che scopre il mondo dei K, una cosa ce l’ha già insegnata. Si può essere cittadini del mondo, un po’ V e un po’ K, anche sotto il cielo di Bolzano.


