BOLZANO. Bolzano viene sconvolta dal razionalismo. Ha scritto Oswald Zoeggeler:"E' la prima architettura moderna in Alto Adige". Quando arriva, fa tremare le strade. Il regime non tocca la città antica ma fa la rivoluzione ovunque intorno.

La "Provincia di Bolzano" scrive il 4 maggio del '33: "Gli amatori delle cose vecchie e ammuffite tremeranno. Il piccone demolitore e risanatore costituisce per molta gente un arnese di profanazione... ma chi non cammina muore e le città che campano soltanto di tradizione, creano il vuoto intorno a loro e corrono a occhi chiusi verso la rovina. Oggi è salutare l'opera del piccone".

Ma dietro il piccone ci sono i migliori architetti. E dietro di loro c'è un movimento internazionale che trascina anche l'Alto Adige dentro la modernità. E' questo che racconta "Razionalismi, Bolzano 1930-1940 " (La Fabbrica del tempo), un libro e una mostra in corso alla Lub ancora oggi me domani (fino alle 24). Un bolzanino, guardandolo, capisce due questioni. La prima è che Bolzano inizia, allora, ad entrare in un circuito architettonico europeo. La seconda è che c'entra il fascismo, come elemento di colonizzazione culturale, ma soprattutto l'architettura. Nel senso che le cose e le case acquistano, col tempo, un valore in se che trascende la politica. E poi c'è un'altra questione, tutta bolzanina. È quasi una vertigine guardare le immagini della città in costruzione e riconoscere in quelle case in bianco e nero dalle linee purissime (razionali, appunto) luoghi noti, edifici sotto cui si passa senza aprire gli occhi. Perchè il bello di questa scoperta è che si tratta di abitazioni, ville, condomini, palazzi e piazze: non monumenti. E così, via dalla Vittoria appare Bolzano quotidiana. Palazzo Rossi in piazza Mazzini ancora sotto le impalcature, i bar di piazza Matteotti sormontati dai portici limpidi e puri di Pellizzari, le case di via Torino e di via Milano che svelano i cortili dove hanno giocato generazioni di figli di operai della Zona. E ancora le ville razionaliste nascoste in via Nino Bixio o tre le campagne a ridosso della città, sogno realizzato della nascente borghesia cittadina. Lavorano non solo gli architetti arrivati da Roma o da Milano. Laitempergher costruisce in via Tre Santi , Amonn e Fingerle in via Sant'Osvaldo. Abfalter in via dei Villini. Nelle immagine invecchiate ma non troppo, l'incrocio tra via Roma e via Firenze ha ancora i sassi per costruire il sottofondo stradale, corso Italia è una linea retta nel vuoto, ponte Loreto è quasi senza macchine, affollato di ciclisti che lasciano piazza Verdi per andare verso Oltrisarco, a casa. A Ponte Roma c'è già la corsia "per biciclette". La casa comunale di via San Quirino ha angoli vivi e puri, in via Druso c'è solo un carabiniere appoggiato ad una macchina davanti alla caserma. Ma è Bolzano. Tutta intera. E' lì. Già arrivata. Le case Incis di Piazza Vittoria hanno balconi curvi e protesi come la tolda di una nave, pronti ad accogliere l'immigrazione impiegatizia come quelle di oltre ponte Roma quella operaia. Lorenzi e Ronca fanno case rosseggianti in via Firenze. Che sono ancora quelle. Tutto, o quasi, è ancora lì. Meno il Corso. Meno qualche casetta. Come quella in via Battisti. Forse così si spiega perchè tutte queste polemiche. Quegli anni, quell'architettura, per Bolzano è più che identitaria: è lo sfondo di tante vite. Che prima non c'erano, che sono arrivate qui allora. E poi le sorprese. Come quelle legate a casa Polacco-Duce. Che non si vede bene ma è in via Manci, poco prima del liceo Classico Carducci. E' nascosta da una siepe ma è una villa straordinaria. Prima clinica, poi casa privata, oggi in parte anche ufficio giudiziario. Ezio Polacco, primario a Bolzano, chiama nel '36 Mariano Degasperi a costruirla. Alessandro Duce, che adesso vive in parte della villa con la madre, signora Lola Polacco, l'ha mantenuta intatta. Sembra una casa romana, il cortile, il peristilio, i portici. Con un occhio a Berlino, a August Breuhaus e uno all'Italia di allora. Una "mixitè" molto bolzanina. Una città fascista, poi italiana adesso di tutti.