BOLZANO. Incredulità. Questa la parola chiave per descrivere i sentimenti che hanno provato parenti, amici, conoscenti, professori e studenti dopo aver saputo della scomparsa del bidello delle Archimede, caduto da un seggiolone da arbitro di pallavolo mentre sistemava gli attrezzi ginnici. Perché Maurizio Socin, nonostante i suoi 60 anni, con il suo metro e 98 di altezza era sempre stato un omone, ma soprattutto era ancora un signor atleta, in formissima; dopo tanti anni nel basket ancora andava assiduamente a correre, praticava ad alto livello le arti marziali. «A quell’età, magari ci saremmo potuti attendere un colpo al cuore, non certo una fine così assurda, specie per un atleta come lui», commenta con un filo di voce il fratello Franco, anche lui molto noto in città come allenatore di pallacanestro tuttora in attività. Come se non bastasse, il fulmine a ciel sereno è arrivato in un momento decisamente particolare nella vita di Socin, un momento di svolta. Racconta ancora il fratello: «Era tornato quindici giorni fa dalla sua amata Russia, con la moglie Irina, originaria di lì, e il figlio Vladimir, studente universitario. Un bel mese di vacanza... tutto contento mi aveva girato le foto, tutti e tre così felici di essere là». Era appena tornato dalla Russia, Maurizio, e già pensava di ritornarci. «Proprio un paio di giorni fa mi aveva chiesto di fargli una copia del congedo dal servizio militare. Gli serviva per far fare il conteggio preciso all’Inps. Voleva sapere quanto gli mancasse esattamente per andare in pensione. Sperava fosse poco. Poi aveva una mezza intenzione di stabilirsi in Russia. Ce l’aveva nel cuore da quando ci era stato in trasferta con la squadra, a Samarcanda, tanti anni fa». Ieri, la famiglia Socin si è stretta attorno alla ultra ottantenne madre di Maurizio, alla moglie, al figlio. In trepidante attesa di sapere non tanto cosa sia accaduto in dettaglio veramente - «purtroppo ormai è successo» - quanto per aspettare il nulla osta, il certificato di morte per poter dire addio al proprio caro. Il fratello Franco ieri è stato tempestato di messaggi, di telefonate da parte di ex colleghi del basket, di professori, di ex studenti delle Archimede. «Tutti increduli. Che sia successo a lui, nessuno riesce a capacitarsi. Con la sua altezza, perdere la vita cadendo da un paio di metri...» Messaggi di cordoglio, di amicizia. Tanti ricordi di quello che più di qualcuno dei suoi amici e conoscenti definisce un tipo un po’ particolare, forse perché taciturno. Lo conferma Mauro Profico, ex compagno di squadra nel Savoia Basket degli anni Settanta Ottanta, per decenni nel giro bolzanino del basket. «Un personaggio; si faceva gli affari suoi, ma se poteva darti il cuore, te lo dava tutto. Abbiamo giocato alcuni anni assieme, poi io ho iniziato a fare l’allenatore, ma ci si incontrava ancora in giro. Mi pare fosse diventato più sereno, ultimamente. Era sempre in forma, si era impegnato nelle arti marziali, era cintura nera...». Assai colpito dalla scomparsa di Socin è anche Karl Pobitzer, detto Charly, oggi direttore della gioielleria Ranzi di via Museo, ai tempi pivot del Savoia proprio come Maurizio. «Pazzesco», esordisce. «Siamo rimasti tutti allibiti. Fosse successo a qualcuno di noi, chi più chi meno ormai non più così allenati, ma a lui... si era messo di impegno per tenersi in forma. Era fatto così: se aveva un obiettivo, non demordeva. Aveva avuto una giovinezza non semplice, ma l’aveva avuta vinta lui, con impegno. Lo ricordo così da sempre; mi diceva ogni volta: non parlarmi in italiano, che devo imparare il tedesco. Tanti ricordi, era un bel tipo in campo, una grinta... E poi, quella trasferta a Riga, dove eravamo in camera assieme. Quel viaggio eterno in treno, l’Urss, lui estremamente entusiasta di tutto, compreso il samovar col the nero nel vagone, ne beveva litri e poi non dormiva. Una sera facemmo l’alba; eravamo giovani, ci piaceva divertirci... Al ritorno in albergo, l’allenatore Waldimaro Fiorentino, prima della partita, ci fece una lavata di capo che ci abbiamo riso di gusto per anni».