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BOLZANO. Le uniche due cose belle della sua vita stavano in Bulgaria, lontane dal marciume delle strade dei Piani. Per questo ogni sera, prima di andare ad aspettare i clienti in via Macello, telefonava a casa ai figli: una ragazzina che oggi ha 15 anni e un ragazzino di 12. A lei bastava sapere che stavano bene, per trovare la forza di fare quello schifo di lavoro. Loro contavano i giorni che li separava dal ritorno a casa della mamma che arrivava sempre carica di regali per le feste di Natale e Pasqua.
Quando aveva la loro età Svetla Fileva - uccisa a 30 anni il 9 settembre del 2012 da Kevin Montolli, 22 anni, panettiere meranese - sognava un grande amore, dei figli, una bella casa. Poi però le cose erano andate diversamente e alla fine aveva messo da parte i desideri e accettato la vita per quello che era. «Un’organizzazione criminale - spiega l’avvocato Alessandro Tonon che ha sostenuto la parte civile nel processo per l’omicidio della donna - l’aveva portata prima in Grecia e poi in Italia. Tanto che i genitori pensavano all’inizio che lavorasse come cameriera in una pizzeria greca e poi sempre come cameriera, in Italia. I figli li aveva affidati alla madre».
Ogni mese mandava i soldi a casa: sperava di regalare loro una vita migliore.
Poi, all’alba del 9 settembre di tre anni fa, 36 coltellate hanno cancellato anche l’ultimo sogno che era quello di tornare a casa, in Bulgaria, e ricominciare daccapo assieme ai suoi bambini. Per l’omicidio Kevin Montolli, difeso dagli avvocati Flavio Moccia e Julia Mathà, è stato condannato in primo grado a 14 anni, pena ridotta l’altro giorno dalla Corte d’assise d’appello a 12 anni grazie alla cancellazione di una delle aggravanti contestate all’imputato: quella della crudeltà. Ciò significa che realisticamente fra sei-sette anni sarà di nuovo libero. «Impossibile che la Corte d’assise d’appello potesse aumentare la pena, nella migliore delle ipotesi - spiega l’avvocato Tonon - poteva confermarla, perché il pubblico ministero non ha neppure fatto appello». Una sentenza che fa discutere e indigna anche perché si ha come la sensazione che essendo la vittima una prostituta la sua vita valesse meno. Tanto che per lei non si è mosso nessuno, mentre per Montolli si era mobilitato don Paul Renner promuovendo tra i fedeli una raccolta di fondi (7 mila euro) per pagare le consulenze psichiatriche. Questo nella convinzione che l’imputato sia in realtà vittima di un’infanzia disgrazia. «Perché invece - commenta l’avvocato Tonon - la vittima aveva forse avuto un’esistenza normale? La famiglia non aveva neppure i soldi per venire a riportare a casa la bara, tanto che il Comune di Bolzano ha pagato la cremazione e il viaggio del padre l’hanno pagato i paesani con una colletta».


