SESTO PUSTERIA. Un pellegrinaggio e una missione. Sono quelli intrapresi in questi giorni da Claudio Campiti, a Sesto. Un pellegrinaggio sui luoghi che, a inizio di marzo, hanno visto l’incidente e la morte di suo figlio Romano, non ancora quindicenne, finito contro un albero con lo slittino dopo un paio di curve della pista che scende dalla Croda Rossa. Una missione perchè, a quattro mesi dalla sciagura, Claudio Campiti ha ben chiaro in mente l’obbiettivo che intende perseguire dopo l’incidente occorso a suo figlio: nessuno, e soprattutto nessun giovane deve più incontrare la morte come è successo a Romano su quella pista e con uno slittino. Gli strumenti ci sono, o meglio ci sarebbero, ma, per il padre disperato, che in pochi giorni ha incontrato il sindaco di Sesto, le autorità di polizia di San Candido, il sostituto procuratore Markus Mayr che conduce l’inchiesta e anche il maestro di sci di Vodo che si era assunto la responsabilità del gruppo di ragazzi, sostiene che non bastano. «Purtroppo non vengono applicati, trincerandosi troppo spesso dietro alla fatalità, all’incidente inevitabile!», commenta.
Per Claudio Campiti gli incidenti sulle piste di slittino, «e soprattutto su quella della Croda Rossa che sono in molti a giudicare assai pericolosa, non sono per nulla “inevitabili” ed è per questo che intendo battermi affinchè non ci sia in futuro un altro padre che non vede più tornare a casa suo figlio dopo una giornata sulla neve. Proprio su quella pista, una decina di giorni prima che a Romano, era toccato a un undicenne rimanere gravemente ferito, ma a Sesto non si è fatto nulla. Eppure la legge esiste, è la 363 del 2003 che regolamenta la sicurezza sulle piste da sci e da slittino, ma in Alto Adige non si applica mentre quella che si applica, non regolamenta (a ragion veduta?) le piste di slittino. In questi giorni ho anche chiesto un incontro al presidente Durnwalder, che immediatamente dopo l’incidente di mio figlio ha diramato un comunicato in cui si annunciavano misure finora mai prese, ma non sono stato ricevuto e i funzionari provinciali a cui sono stato indirizzato non hanno dato risposte. Ma non mi arrendo. C’è da sconfiggere una cultura dell’incidente e della fatalità che non può essere uguale per un ragazzino che vede la neve per la prima volta e uno che ci è nato in mezzo. E questo, chi detta le regole, deve considerarlo bene!».
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