MERANO. Si sono mostrate decisamente entusiaste dell’idea di ripercorrere la lunga stagione della “fabbrica delle donne”, ovvero della Merlet, la ventina di lavoratrici protagoniste in anni e tempi diversi di quella storia di lavoro femminile nella nostra città. L’idea, di cui s’è fatto carico il Club Est Ovest, è partita da Enzo Nicolodi che, dopo aver raccontato la Fabbrica di Cartoni di Lana e dopo aver contribuito in modo determinante a costruire per La Fabbrica del tempo, Arcipelago Lana, storia di una comunità, ha puntato sulla fabbrica che tutti ricordano soprattutto per un prodotto: il Loden con la tipica targhetta con il logo M di Merlet.

L’intenzione è quella di raccogliere (persone di riferimento Annamaria Marsura, Ernesto Giaquinta e Enzo Nicolodi, 3397041025) materiale video, audio e fotografico per organizzare una serata in maggio anche con il coinvolgimento del Museo delle donne, dedicata alle vicende lavorative, ma anche umane che dagli anni Sessanta al Duemila sono legate a tale realtà produttiva. Nel corso della sua storia ha coinvolto certamente almeno un migliaio di donne.

Il progetto gode dell’appoggio dell’assessorato alla cultura e di quello alle Pari opportunità. “Per raccontare la storia di una fabbrica – chiarisce Enzo Nicolodi - bisogna innanzitutto riannodare le vicende delle persone che in quella fabbrica ci hanno lavorato per 2 o per 35 anni”.

Così la vicenda della Fabbrica Merlet di Merano si può raccontare solamente rimettendo attorno ad un tavolo tutte le componenti che hanno reso la fabbrica luogo di vita, di relazione umana e sociale, oltre che di sostentamento per centinaia di famiglie meranesi e del Burgraviato: le lavoratrici e l’esiguo numero di operatori maschi, i proprietari della fabbrica, i sindacalisti che hanno seguito le vertenze aziendali, anche aspre che la Merlet ha vissuto e così via.

Chi non ha avuto almeno un membro femminile della propria famiglia, una parente, amica vicina o lontana quale lavoratrice alla Merlet? Chi non ha indossato almeno una volta nella vita un Loden o un capo di vestiario prodotto da tale fabbrica?.

«La Fabbrica delle donne di Merano - prosegue Enzo Nicolodi - e su questo non possono esserci dubbi, era la Merlet. Prima a Maia Alta nell’edificio a ridosso del Ponte Romano, sulla sponda orografica sinistra del Passirio, con sezione staccata in via O.Huber, poi nella zona di via Toti in prossimità del grattacielo, la Merlet ha vivacizzato la vita di una parte cittadina con le centinaia di donne che venivano ed andavano al lavoro, scandendo con i loro orari di entrata ed uscita anche il ritmo stesso della vita del quartiere».

Uno degli aneddoti assolutamente indicativi e curiosi raccontati da Annamaria Marsura è quello che ripercorre una giornata in cui venne a mancare l’elettricità poco prima dell’orario di chiusura del turno mattutino. Praticamente un’ora prima della pausa di mezzogiorno. A quel punto si decise di far uscire le lavoranti sensibilmente prima dell’orario consueto.

Le donne del vicinato, vedendo uscire le lavoranti chi in motorino o in bicicletta, chi a piedi, pensando che fossero le 12 - così si racconta - buttarono la pasta immaginando che il resto della famiglia sarebbe giunto di lì a poco per il pranzo. Quel giorno in via Monte Tessa in molti dovettero accontentarsi di un piatto di pasta scotta per il pranzo.

Tante le storie individuali che potrebbero essere raccontate. Flora Picelli vi entrò all’età di 16 anni e vi rimase per ben 35 anni. Annamaria Marsura invece iniziò qualche anno dopo negli anni 70, anche lei lavorò prima da Kolhuber (altra lavanderia a secco) e poi tramite la sorella venne assunta alla Merlet. E vi rimase fino alla chiusura, ad inizio anni Duemila.

Assieme ad altre lavoratrici sindacalizzate partecipò alla lotta per la difesa del posto di lavoro fino all’occupazione della fabbrica che per due settimane, nel 1982, rappresentò il punto più alto della lotta.

Ernesto Giaquinta, uno dei pochi uomini occupati, tecnico delle macchine da cucire, è un vulcano di racconti ed aneddoti sulla fabbrica. Cura ancora relazioni di amicizia con molte ex lavoratrici e ricorda con precisione nomi e cognomi. Assieme a loro e alle lavoratrici che l’altra sera si sono ritrovate al Carpe Diem per una cena conviviale, è stato un susseguirsi di racconti in cui hanno preso forma figure come quella del sindacalista Flavio Scachetti, ma anche gli ex proprietari della famiglia Oberracuch. E la memoria, ancora una volta, ha preso forma e consistenza.

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