EGNA. Ogni domenica per alcune settimane l'Alto Adige propone la storia di un abitante di Egna, raccolta da "Casetta Bassa", per valorizzare la memoria comune del paese. Il racconto è in prima persona.

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Sono Camillo Casera nato a Termeno il 26 agosto del 1934, e dal 12 settembre del 1936 abito a Egna. A quel tempo la si chiamava via Damiano Chiesa numero 8. Mio papà ha acquistato la casa, con l’aiuto di Sepp e di mia madre, che con grandi sacrifici hanno lavorato in comune accordo per pagare i debiti. Ero molto legato alla mamma, era lo splendore della mia vita; quando andava a fare la spesa, le correvo dietro raggiungendola al negozio di alimentari. La mia famiglia era molto numerosa eravamo 17 figli di cui 9 morti in tenera età. Mio papà era ferroviere, non ha mai perso un treno, era un uomo di dovere, severo sul lavoro, ma capace di andare d’accordo con tutti. I miei genitori erano molto credenti, ci hanno donato la fede e l'onestà, come fosse un programma di vita, credevano nel sostegno di Dio. Io l'ho vissuta molto bene questa loro fede perché, pur avendo una madre con 17 figli, non l'ho mai sentita lamentarsi, anche mio padre era molto credente, e quando uno dei suoi figli moriva di broncopolmonite o di meningite diceva «è la volontà di Dio e dobbiamo andare avanti», questo era il loro principio. Ogni giorno recitavamo il rosario. Mia madre, alle domenica si alzava alle 4, cercava di non perdere mai la messa. A quel tempo la messa dei padri cappucini era alle 5 ma lei si alzava alle 4 per riuscire ad arrivare dieci minuti prima perché diceva che bisognava sempre attendere davanti alle porte ancora chiuse per poter entrare con un pensiero di riflessione. Il 9 luglio del 1960 sposai Loredana Marchi, donna che amavo e che ho amato, con lei ho avuto quattro figli, Claudio, Elena, Giusi e Marisa. Mia moglie l’ho conosciuta qua ad Egna, abitava vicino alla chiesa, dopo un periodo di fidanzamento ci siamo sposati. Lei è venuta qua in casa mia. Conclusa la scuola nel 1950 ho iniziato a fare il manovale nella ditta Bonometti, e dopo i primi tre mesi di lavoro mi sono ammalato di appendicite; poca cosa si direbbe oggi, 60 anni fa era forse più problematico, mi hanno poi operato a Mezzolombardo. Poi in un secondo momento ho lavorato nel magazzino Baisi, li ho fatto 10 anni circa, commerciava frutta, lo stabilimento era qui vicino, adesso non c’è più. Nel luglio del 1960 iniziai a lavorare alla Neufrucht, come responsabile magazziniere, per trent’anni e sei mesi. L’obiettivo principale, era quello di creare un ambiente di lavoro umano ed equilibrato, trasmettere i giusti valori, insegnando che esistevano diritti ma esistevano anche doveri. I doveri erano, se necessario, qualche ora di straordinario, lavorare con diligenza e passione, ed immettere nel lavoro la propria atmosfera interiore altrimenti il lavoro ne risentiva. Non è stato facile, ma feci questo tentativo di abbinare il lavoro ad un atmosfera familiare. Andai in pensione il 31 dicembre del 1990, con il desiderio di lasciare il reparto con serenità, allora ho radunato tutti, i lavoratori, dagli anni sessanta in poi. Sono venuti in 150 ed abbiamo fatto un brindisi, alle collaboratrici in segno di riconoscenza ho regalato un’orchidea e loro mi hanno donato un orologio che conservo, perché è sempre l'ora di risvegliare i ricordi passati, con molti momenti gioiosi e meno gioiosi di 30 anni di lavoro, così è la vita. Una parte importante della mia vita è stata dedicata al sociale. In queste attività ho speso tutte le mie energie possibili e di questo dono ringrazio Dio e la mia famiglia.