Bolzano. Oggi Gusen non ha neppure mille abitanti ed è una frazione di Langenstein, Alta Austria. Più sotto, scorre il Danubio che proprio lì, nei pressi, fa un'ampia ansa. Vicino c'è Mauthausen. Intorno ci sono i campi e i boschi. Sembra che tutto sia in pace adesso, ma lì c'è stato l'olocausto dell'Europa: ebrei, a migliaia di migliaia, ma anche polacchi, italiani, francesi, olandesi, zingari. Assassinati o morti di stenti. Vittime di tutte le nazionalità.

I nazisti l'avevano definito campo di classe "3", Mauthausen: punizione e annientamento attraverso il lavoro. Gusen era la succursale. Quando arrivarono gli americani a liberarli, nel '45, non riuscivano a credere ai loro occhi: vivi che sembravano già morti, morti accatastati vicino alle baracche. Era il 5 maggio del 1945.

Ci sarà anche la Provincia

E il 5 maggio di quest'anno lì, col suo gonfalone, assieme a centinaia di altre delegazioni, ci sarà anche Bolzano. E, con l'assessore Andriollo, probabilmente Christoph Baur. Ma, per la prima volta, ci sarà anche la Provincia. Insomma, tutto l'Alto Adige. Non era scontato: il Comune ci va dal 2000, con qualche interruzione e palazzo Widmann non ci era mai andato. Ora, invece, una mozione ha chiesto «che venga caldeggiata dal presidente del consiglio provinciale un'ampia partecipazione dei membri del consiglio alle cerimonie di commemorazione della liberazione dei campi di sterminio e della fine della dittatura».

È stata approvata. La firma era di Sandro Repetto. Che ci andrà e, nel caso non ci fossero altri compagni di viaggio, ha dunque mandato di rappresentare la provincia nel suo insieme. Perché è importante tutto questo? La prima ragione è che il 5 maggio a Mauthausen ci sarà l'Europa intera, quella liberata. E sarà il modo per interrogarsi sulla storia di ieri, da non dimenticare, ma pure su quella di oggi e di domani, perché non accada più.

I Sette martiri

Ma il senso pieno di questa decisione è dentro la vita, e la morte, di sette bolzanini: Tullio Degasperi, 39 anni operaio della Magnesio, Erminio Ferrari, 40 anni pompiere, Decio Fratini 40 anni dirigente Ceda, Walter Masetti, 35, operaio della Lancia, Adolfo Berretta 55, gestore della trattoria "Val d'Ega" a Cardano, Gerolamo Meneghini, 33 anni, operaio della Feltrinelli e Romeo Trevisan, operaio della Lancia. Sono i "sette di Gusen". Erano i compagni di lotta di Manlio Longon.

«Costretti ad essere eroi per rimanere uomini» disse di loro il senatore Bertoldi, quando era a capo dell'Anpi. Vennero internati nel campo di via Resia e poi fatti salire sui treni piombati con altri 540, tra ebrei, prigionieri politici, donne e bambini, per l'ultimo viaggio verso l'Austria. Morirono a Gusen.

Da anni i loro famigliari attendono qualcosa di più che una lapide in Zona per ricordarne il martirio. Umili resistenti, semplicemente incapaci di dire solo sì, capaci invece di rischiare la vita e di affrontare la morte. Ora, la presenza ufficiale della Provincia nei due campi “gemelli” per le commemorazioni è una prima, concreta, riparazione. Un viaggio inedito. Ma che è moralmente e politicamente in continuità con la presenza di Kompatscher al Muro del lager e prima di lui, dei vicesindaci Svp in Comune, come d'altronde farà Baur accompagnando, ancora non ufficialmente, Andriollo a Gusen. Sono atti importanti. Segnano una cesura netta con gli equivoci del passato e si congiungono con quello che ha detto ieri, a margine, anche il sindaco Caramaschi: «Ora siamo impegnati per l'inaugurazione, a settembre, del nuovo allestimento monumentale dl Muro di via Resia. Ma sarà impegno del Comune ricordare i nostri sette concittadini martiri a Gusen con l'individuazione di un luogo degno della loro memoria». (p.ca.)