BRESSANONE. La battaglia di Alexander Dander non è finita. L'ex avvocato brissinese, condannato a 17 anni di carcere per l'omicidio dell'edicolante Enrico Costa, è tornato definitivamente in libertà. Il conto con la giustizia è saldato anche grazie all'indulto (che ha cancellato 3 anni) e agli sconti per buona condotta. Dander, però, non considera la partita chiusa. Tutt'altro. È fortemente provato dalla lunga detenzione ed è convinto di essere vittima di un errore giudiziario.

«Sono rimasto vittima della malagiustizia», puntualizza pensando agli anni trascorsi nel carcere di Opera (in provincia di Milano) e di Padova. «Ora però per me la strada è in discesa». Il chiodo fisso è alla prima sentenza di revisione della Corte d'appello di Trieste che lo aveva mandato assolto dopo che un perito aveva stabilito che Enrico Costa era morto d'infarto. Dander venne scarcerato ma proprio mentre stava mettendo a punto la causa allo Stato con una mega-richiesta risarcitoria arrivò il colpo di spugna della Cassazione che cancellò il verdetto di revisione restituendo esecutività alla condanna definitiva a 17 anni di reclusione per omicidio volontario.

Ora, scontata la pena, Dander torna a sperare. L'ex avvocato sta meditando di giocare il suo asso a livello scientifico. Dimostrando cosa? Semplicemente che Costa sarebbe morto per cause diverse da quelle indicate nel processo in corte d'assise. All'epoca si disse che Costa era stato narcotizzato (probabilmente utilizzando un potente sonnifero di cui però non fu trovata traccia per l'indisponibilità di sostanza organica sufficiente) e lasciato morire per assideramento nel giardino della villa di Elvas in una notte d'inverno.

Durante gli anni trascorsi in carcere a Padova, Dander ha però avuto modo di coltivare contatti interessanti. Ha illustrato la sua disavventura a professori e super periti ed è riuscito ad ottenere il placet dell'Università di Padova di avviare uno studio scientifico approfondito sulle cause di morte di Enrico Costa. «Sarà una ricerca scientifica che dovrò avere la forza di finanziare - puntualizza Dander - poi avrò modo di utilizzare i risultati scientifici per ottenere che chi ha sbagliato paghi».

L'ex avvocato brissinese ha dalla sua i passi da giganti fatti negli ultimi dieci anni, a livello scientifico, dalla medicina forense. «Se necessario chiederemo la riesumazione del cadavere di Enrico Costa - rivela Dander - oggi un frammento osseo è in grado di svelare tutto». Il senso di rivalsa di un uomo che ha trascorso in carcere più di 13 anni è enorme. In questo caso non solo per un pezzo di vita gettato alle ortiche ma anche per il patrimonio distrutto ed una carriera professionale incenerita. «Molte volte lo studio di mio padre ha aiutato chi, anche negli anni Sessanta, aveva bisogno di aiuto - ricorda Dander - ora sono io che chiedo una mano».

Il riferimento è agli ex terroristi degli anni Sessanta. All'epoca era stato costituito un fondo per le spese legali difensive. «Oggi chiedo che qualcuno dia una mano a me - puntualizza - se necessario andrò anche da Durnwalder». Tra i ricordi drammatici delle fasi del processo, uno spazio particolare è riservato alla sua compagna all'epoca dell'arresto e cioè la bella Rosmarie Widmann. Lo aveva stregato ma lo ha anche abbandonato.

«Io l'ho salvata - racconta Dander con amarezza - e per farlo ho appesantito la mia posizione processuale. Lei è uscita indenne ma mi ha alleggerito di un miliardo e mezzo dell'epoca corrispondenti al valore delle proprietà che le avevo intestato per sottrarle alla mia prima moglie. C'era una carta privata che mi riconosceva reale proprietario ma lei appena uscita dal carcere la bruciò nel caminetto».

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