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BOLZANO. Si fa presto a dire femminista. Pensi al Sessantotto, alle manifestazioni di piazza degli anni Settanta, alle battaglie politiche dentro e fuori le istituzioni, più fuori che dentro. E pensi a tanti risultati raggiunti e tanti altri ancora faticosi da raggiungere: il rigurgito di violenza degli ultimi anni, la necessità di istituire una giornata di protesta (25 novembre), l’attenzione continua a non farsi sottrarre certe leggi faticosamente raggiunte (quella sull’aborto, per citarne una). Tutto questo e tanto altro fa parte del grande lavoro svolto negli ultimi decenni anche dall’Aied, Associazione italiana educazione demografica, unico consultorio laico che a Bolzano vanta una delle prime sedi italiane in ordine di tempo e di efficienza. Ebbene, domani, sabato 24 ottobre l’Aied locale inaugurerà la nuova sede in Corso Italia 13/M. L’evento in sé potrebbe passare come notiziola di cronaca, di servizio per i suoi numerosi utenti, se non significasse anche un salto di qualità nei servizi offerti e l’opportunità per ricordare la fondatrice dell’Aied locale Andreina Emeri a trent’anni dalla scomparsa.
La presidente. È la dottoressa Manuela Kustatscher, medico di base e presidente dell’Aied bolzanina dal 1987, a spiegarci il significato di questa giornata: «Abbiamo dovuto lasciare la vecchia sede di via Isarco perché lo spazio era diventato insufficiente e perché non corrispondeva più ai criteri imposti dalla Provincia. In corso Italia ci saranno locali sufficienti, due bagni, accesso adeguato anche per i disabili».
Sarà anche l’occasione per ricordare Andreina Emeri.
«Certo, nel 2013 l’Aied nazionale ha festeggiato i sessant’anni di vita e quella locale i 40. Ma ora possiamo ricordare la nostra fondatrice a trent’ani dalla scomparsa: fu lei ha creare la sede locale e a guidarla come presidente dal 1973 fino all’85.
Ma perché c’era bisogno di un consultorio?
Negli anni Settanta si stava sviluppando una nuova cultura della maternità, della paternità, della nascita, della nonviolenza sulla donna, di nuovi diritti per le donne, di una informazione ed educazione libera e laica sulla contraccezione. E solo un consultorio laico poteva soddisfare queste nuove esigenze.
Con la nuova sede nuovi obiettivi?
«L’obiettivo è quello di coinvolgere sempre più persone a partecipare alle nostre iniziative culturali e all’attività che proponiamo, fra consulenza e corsi formativi. L’Aied, all’inizio basata tutta sul volontariato, oggi dà lavoro a sei dipendenti fisse fra ginecologhe, ostetriche e psicologhe e a sette collaboratrici part time compresi un’avvocata e un’assistente sociale».
La festa. L’inaugurazione della nuova sede di corso Italia, aperta a tutti, è in programma domani dalle 10 in poi, con il saluto della presidente Kustatscher, gli interventi di Mario Puiatti presidente dell’associazione nazionale.
Seguirà una storytelling con la compagnia Sagapò e un brindisi finale. Gianfranco Porta, oggi presidente della sede Aied di Brescia, ricorderà Andreina Emeri: «La conobbi nel 1974, al congresso nazionale dell’Aied, lei entrò come consigliera e l’anno dopo fondò la sede di Bolzano. La nostra divenne poi amicizia, basata su una profonda stima. Ci si vedeva spesso, soprattutto nell’esecutivo nazionale durante gli anni Settanta». Nuovi obiettivi per la vostra associazione? «Lavorare sui giovani. L’educazione sessuale è ancora una chimera, i giovani di oggi hanno spesso atteggiamenti molto superficiali verso sesso e contraccezione. Troppe informazioni insidiose e scorrette su Internet, e la scuola ha un ritardo clamoroso su questi temi. Non parliamo poi della famiglia, che oggi più che mai delega alla scuola…».
L’aneddoto. L’onorevole Luisa Gnecchi fu tra le fondatrici dell’Aied bolzanina.
«Ricordo bene la prima sede, in piazza delle Erbe. E lo spirito con cui si iniziò, che è rimasto lo stess, anche se allora si reggeva tutto sul volontariato e oggi quell’attività è diventata un luogo di lavoro per professioniste, anche grazie a nuove leggi e alla collaborazione dell’ente pubblico. Un aneddoto di quei primi tempi? Beh, ricordo benissimo che quando aprimmo la sede di piazza delle Erbe, accadeva quasi sempre che uscendo a tarda sera dalla sede e fermandoci lì a chiacchierare, c’era puntualmente qualche uomo che passando ci chiedeva: cosa fate lì tutte sole? Questo per dire che c’era proprio tanto da fare per cambiare una certa mentalità, e che ancora tanto resta da fare…».


