PHOTO
BOLZANO. «Il mio progetto adesso? Combattere». Ma ne ha anche un altro in testa, Dado Duzzi: «So che chi mi è vicino soffre forse più di me. Devo aiutarli a non stare male». È uno che non cede neanche di fronte al macigno che gli si è mostrato davanti agli occhi, Dado. Lo guarda e va avanti. Da due anni il macigno sembra ingrossarsi sempre di più, non sono bastate le chemioterapie, le tac e tutto il resto ma lui niente.
«A che servirebbe? Solo al macigno: e io non voglio che vinca». Per questo ha deciso di non nascondersi, né a se stesso né agli altri, e di raccontare quello che gli accade. Lo fa a tratti, quando è un po' meno stanco. Lo ha fatto anche stavolta, dopo che gli hanno detto che la chemio non ha fatto barriera, la trincea ha ceduto ancora un poco, serve che non smetta di star forte. Sempre in prima linea, Dado Duzzi (ex presidente dell'Azienda di soggiorno), dai tempi dell'impegno nell'economia e nella politica, come in una nuova campagna elettorale dove la sfida, ben peggio di quando provò a fare il sindaco, è per la vita.
«Se parlo è perché vorrei che servisse a qualcosa e a qualcuno questo mio insistere nel dire e nel raccontare». Lo ha fatto con un post e in questa intervista.
Quando è iniziata la guerra?
Un paio d'anni fa. Mi faceva male il ginocchio. Mi sono detto: vado a Bressanone a farmi vedere.
E lì?
Hanno pensato ad una artrite.
Rimedi?
Cortisone. Molto e molto spesso. A pensarci adesso, mi vengono i brividi.
Poi?
È successo che sono caduto dalle scale. È come se avesse ceduto d'improvviso il femore. In effetti lo aveva proprio fatto. Sono rimasto a terra. E mi sono detto: e adesso?
E adesso?
Altri controlli. È allora che l'hanno visto, non subito, ma dopo un poco, il sarcoma. Per come sono fatto è stato come una sberla in faccia. Ad una sberla io non reagisco porgendo l'altra guancia.
Vuol dire che ha iniziato a combattere?
Dopo qualche giorno di battito ai polsi che sembrava un tamburo mi sono detto: dai, forza. È iniziato allora il calvario delle chemioterapie. Un primo ciclo che ora ricordo come se fosse un secolo fa. Avevo un'altra testa rispetto ad adesso.
Non è andato bene.
Sembrava, poi no. Per farla breve, mi hanno comunicato che la strada meno pericolosa rispetto all'inevitabile avanzamento era amputare. Via la gamba. Prova terribile a dirla così, e a pensare cosa poteva comportare, no?
Immagino.
È allora che mi sono detto: è capitato a me, potrebbe capitare ad altri.
E i suoi?
Non le dico. Li guardavo e capivo che erano più disperati di me. Mi facevano forza, ma io li osservavo bene negli occhi, non stavano come dicevano di stare. Io sono un combattente, non tutti lo sono.
Dunque?
Se io so combattere, perché non raccontare come si fa, che forze riesco a tirar fuori, come è possibile vivere così? Io sapevo che era possibile. Occorreva che riuscissi a raccontarlo, ma a farlo con naturalizza, come adesso sto parlando con lei.
È servito?
Mi dico che è servito. Poi hanno iniziato a rispondermi in tanti, perché tutte queste cose ho preso a scriverle anche sui social. A leggere quello che mi dicevano mi sono detto: ecco, stanno capendo. Qualcuno andava oltre e mi chiedeva: ma come fa? Io glielo dicevo come stavo facendo. E allora avevo come la sensazione di dare una mano, nel mentre la davo anche a me.
L'amputazione non è bastata?
A poco. Qualche tempo dopo mi hanno chiamato: gli esami non stanno andando bene. Serve un altro ciclo. E poi un altro ancora e ancora.
E alla fine di questi nuovi cicli?
Hanno visto che la pet-tac non comunicava nulla di buono. Anzi, i sarcomi sembra che non avessero nessuna intenzione di fermarsi.
Stavano avanzando?
Certo che lo stavano facendo. Mi sono guardato intorno. E mi sono interrogato: che faccio, cedo? Smetto di combattere? Dopo un secondo mi sono risposto che no, non era proprio il caso. Ma come, mi sono dato da fare tutti questi anni e alzo le mani proprio adesso che invece serve stare su?
E ha ancora raccontato anche quest'ultimo passaggio del suo cammino.
L'ho fatto perché so che ci sono tanti come me e tanti che hanno paura che gli accada. E poi perché andrò dal dottor Bernardo, quello delle cure palliative. Non lo conosco ma so che è una grande persona.
Che cosa si sta dicendo adesso, in queste ore?
Ho un'idea precisa di quello che mi accadrà e voglio dirla: andare nelle cure palliative significa avere nuovi aiuti, combattere meglio il dolore, ma soprattutto, ecco quello che mi preme sul serio: andare lì non significa affatto qualcosa di definitivo.
Cosa intende?
Che tutti devono sapere quello che ho in mente: salendo quelle scale si va alla ricerca di una possibilmente buona qualità della vita. Certo, è una tegola che può tramortire. Ma il pensiero che sta tramortendo più chi mi sta vicino che non me mi dà la forza di provare a trasmettere ancora la speranza. Io ce l'ho. Lo so. Devono averla tutti quelli che sono ancora in grado di raggiungere.
Buon cammino Dado.
Lo sarà ancora.


