PHOTO
BOLZANO. Secondo la contabilità della gendarmeria austriaca, sono 4759 i profughi fermati in transito attraverso l’Austria e provenienti dal Brennero. Di questi meno di 300 hanno fatto richiesta di asilo politico, gli altri sono stati riaccompagnati al di quà del confine, e consegnati alla polizia. Ma il trend degli arrivi è in crescita, e i massimi esponenti del governo di Vienna non hanno intenzione di assistere all’onda di piena prima di prendere provvedimenti.
Ecco quindi l’idea: riattivare i controlli di confine al Brennero, rimettere le sbarre della dogana dove stavano e la polizia di frontiera a fermare ogni auto in transito, chiedere i documenti, verificare la presenza di profughi nascosti tra i bagagli, e poi far passare solo quelli in regola, e lasciare alle cure delle autorità italiane tutti gli altri. C’è solo un trattato di mezzo, internazionale e con validità europea, quello di Schengen sulla libera circolazione di cittadini e merci. E da qui parte la minaccia del governo austriaco: «O le cose cambiano, o usciamo dagli accordi». Quasi una cortina di ferro, che però, al di quà delle Alpi fa venire in mente scenari da Lampedusa, ma senza mare.
La notizia la riporta il giornale austriaco Tiroler Tageszeitung, ed è stata confermata da una nota della Caritas di Innsbruck, che si è apertamente dichiarata contraria a questa iniziativa di Vienna e si è schierata a favore dell’accoglienza. Sulla questione si è pronunciato anche il presidente del Land Tirolo Günther Platter, che piuttosto di controlli di frontiera a tappeto, preferirebbe un rafforzamento dei controlli, ma da effettuare in maniera mirata. Ad essere tentato invece di usare il pugno duro è il ministro degli interni austriaco Johanna Mikl-Leitner, mentre per il nuovo segretario dei popolari Oevp, Reinhold Mitterlehner, si tratta di un «grido d'aiuto» dei governatori. L'invio di soldati al confine - dice - «sarebbe davvero l'ultimissima opzione».
Nel frattempo, come in una reazione a catena, in Germania si discute di sospendere Schengen nei confronti dell'Austria, che fa solo da corridoio verso i Paesi del Nord Europa. «Lampedusa non deve diventare un sobborgo di Kiefersfelden», ha detto recentemente il segretario generale della Csu, Andreas Scheuer.
«Tutto questo sarebbe un grave errore - ha ribattuto ieri il presidente della Provincia Arno Kompatscher - il problema dei flussi migratori non si risolve chiudendo le frontiere; si tratta di una questione europea che richiede una soluzione europea. Il problema non può essere risolto da un singolo Stato». E sulla stessa linea si schiera anche la Caritas altoatesina, che si aggiunge al coro di sdegno per il tentativo di «scaricare sulle spalle dei profughi le difficoltà dell’accoglienza; finora - ha sottolineato il direttore Paolo Valente - sono stati spediti avanti e indietro tra centri di accoglienza come pacchi postali; capiamo che l’Italia si trova in prima linea nell’affrontare questa emergenza, ma non si può cedere agli egoismi nazionali perché non c’è un coordinamento europeo».
Al posto degli austriaci, afferma Valente: «probabilmente faremmo lo stesso, loro si stanno appellando ad un cavillo burocratico che ci rovescia addosso tutto il carico di questa emergenza; ma nelle ultime settimane il vescovo di Innsbruck e il direttore della Caritas tirolese hanno spedito centinaia di lettere nelle case dei fedeli austriaci per chiedere loto di sforzarsi di essere accoglienti, di aprire case e centri per dare asilo a questo fiume di disperati».
In attesa di sviluppi, la patata bollente da gestire resta nelle mani della polizia italiana, e soprattutto degli agenti del commissariato di Brennero, che da giorni ormai lanciano appelli per ricevere rinforzi, personale competente e interpreti per almeno una decina di lingue: quanto basta per permettere loro di trovare almeno una soluzione tampone.
Negli ultimi giorni i sindacati di polizia Coisp e Siulp hanno reso note le reali difficoltà in cui la struttura di confine sta versando, e messo in discussione anche i protocolli sanitari con cui vengono trattate le circa settecento persone, tra cui intere famiglie con bambini, che mensilmente vengono rispedite in Italia dalla polizia austriaca. Sull’argomento, per ora, il prefetto di Bolzano si astiene da esprimere opinioni, mentre il questore Lucio Carluccio ha voluto sottolineare che la situazione viene gestita «con particolare impegno» del commissariato di frontiera.
©RIPRODUZIONE RISERVATAù


