BOLZANO. Anche in Alto Adige le differenze di retribuzione tra uomini e donne sono nettissime: una donna dipendente del settore privato guadagna in media il 30% in meno di un uomo, e il 17% in meno se si considerano solo i lavori a tempo pieno. La forbice si allarga in particolare dai 34 anni in su: cioè quando generalmente entrano in campo maternità e congedi. Inoltre la maggior parte delle dipendenti private (una su tre) lavora nel settore alberghiero, quello con le paghe medie più basse; e in generale il 40% delle donne (contro il 22% degli uomini) ha un contratto a termine o stagionale. In Alto Adige l'Equal pay day, la giornata per la pari retribuzione tra uomo e donna, si svolge il 20 aprile. Ieri intanto l'Astat ha diffuso alcuni dati relativi alle retribuzioni corrisposte ai dipendenti del settore privato. IL PANORAMA. La retribuzione media giornaliera dei lavoratori altoatesini - si parla sempre di dipendenti nel privato - è di 89,46 euro: ma mentre per gli uomini sale a 101,25, per le donne si ferma a 71,15, ossia il 29,7% in meno. Questo è però il dato aggragato. La situazione muta se si distinguono lavoratori full-time e part-time. In entrambi i casi il «gender pay gap», la differenza di retribuzione tra generi (tempo pieno: 16,9%; tempo parziale: 12,7%) segnala valori inferiori rispetto al dato medio aggregato (29,7%). Ciò è spiegato dalla distribuzione disomogenea fra i lavoratori di sesso maschile e femminile. Essendo il mondo del lavoro caratterizzato da un'elevata percentuale di donne con un impiego part-time (44,6% contro il 9% degli uomini), «i compensi relativamente bassi in questa tipologia contrattuale hanno un'influenza sul valore medio aggregato». LE ATTIVITÀ. L'Astat si concentra quindi sulla misurazione della retribuzione «a parità di lavoro», oltre che nelle medie complessive. E anche se si analizzano i singoli settori, le differenze restano macroscopiche. Qualche esempio? 21% nel commercio, 32% nelle attività finanziarie, 31% nei servizi personali e sociali, 16% nella sanità, 10% nell'istruzione, 13% in alberghi e ristoranti, 15% nel manufatturiero, e via di questo passo. LE ETÀ. Le differenze di retribuzione aumentano di pari passo con l'età. Particolarmente significativo è il deciso incremento nelle classi di età tra i 30 e i 44 anni: si passa dal 9,2% tra i 30 e i 34 anni al 19% tra i 40 e i 44 anni. Ciò avvalora la tesi per cui il congedo per maternità - e la conseguente minore anzianità di servizio delle lavoratrici una volta rientrate nella vita lavorativa - possa essere un fattore molto influente sul differenziale retributivo tra i sessi. Questa teoria, sostiene l'Astat, «è supportata anche dalla continua diminuzione del numero di lavoratrici riscontrata a partire dalle classi d'età superiori ai 29 anni». Insomma: «L'aumento del gender pay gap avviene proprio in quella fascia di età nella quale una parte delle donne abbandona temporaneamente la vita lavorativa per creare una famiglia». E infatti il gender pay gap per il 55,9% delle lavoratrici, ovvero le classi di età fino a 34 anni, è decisamente più basso (inferiore al 10%) rispetto a quello relativo alle lavoratrici considerate nel complesso. Un ulteriore aumento del gender pay gap si rileva a partire dalla classe di età 60-64 anni. I SETTORI. La quota delle donne presenti sul mercato del lavoro si concentra in settori «a bassa redditività». Per esempio più di una donna su tre (37%) presta servizio in Alberghi e ristoranti, cioè nel settore con la retribuzione media più bassa. Inoltre più del 40% delle donne (contro appena il 22,5% degli occupati di sesso maschile) lavora con un contratto a termine o stagionale che prevede una retribuzione giornaliera media tendenzialmente inferiore a quella dei contratti a tempo indeterminato. Anche nelle classi retributive più alte le donne sono sottorappresentate rispetto ai colleghi maschi: solo l'1,3% delle lavoratrici (a fronte del 3,9% dei lavoratori) sono dirigenti o quadri.