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BOLZANO. Una mattina Bianca Maria Santese, dei Musei civici di Roma, responsabile del museo Canonica a Villa Borghese, Sovrintendenza Capitolina, ha preso in mano il telefono e ha chiamato Bolzano: «Scusate è il Comune, parlo col la ripartizione cultura? Ho in mano delle vecchie fotografie in cui si intravvede il vostro monumento. Ci sono lavori in cantiere, delle persone in mezzo ai marmi... mi potreste aiutare, dirmi chi sono, che facevano? ». È iniziata così una lunga corrispondenza tra Roma e Piazza Municipio. Fatta di chiamate anche notturne tra la direttrice e la responsabile d'ufficio bolzanina, di lunghe ore nell'archivio storico, di volumi sulla Vittoria ripresi dagli scaffali, di immagini analizzate e confrontate con quelle analoghe dell'epoca. Per arrivare, alla fine, a ricostruire attraverso passaggi ancora inediti, e dunque succulenti, il «backstage» del monumento, le identità di chi ci stava lavorando, i nomi di architetti magari di seconda schiera, ma stretti accanto al "vate" Piacentini, cappello a lobbia sulle ventitré e sciarpa al vento. E scoprire il ruolo di un artista, Pietro Canonica, spesso messo in penombra da quelli che avevano operato sul frontone principale o sulle erme dei martiri all'interno. E del suo assistente, Luigi Botti. O dell'architetto trentino Tomaso Oss. E infine mettere le mani su immagini sconosciute e "archeologicamente" affascinanti, come quella in cui il grande tondo che campeggia ora tra gli altri sul retro del monumento, davanti all'attuale piccolo parco, è ancora a terra. E si notano, finalmente, le sue straordinarie proporzioni a confronto con le figure umane. Le quali sfuggono a vederlo così piccolo, lassù, sul frontone. O ancora l'architetto Piacentini, autore del disegno della Bolzano littoria, incaricato da Mussolini di incidere sulla nuova capitale alpina dell'impero nei momenti che riusciva a ricavarsi dai lavori all'Eur, circondato dalla sua squadra di architetti quasi al completo. Con accanto, ecco l'altro contenuto inedito dell'immagine inedita riemersa grazie alla corrispondenza Roma-Bolzano, le tre "teste di fiera" che ferocemente occhieggiano ancora per poco ad altezza d'uomo prima di essere issate sui fasci littori che circondano il monumento e restare lì intoccati. Insomma, come novelle Indiana Jones, le due responsabili dei beni culturali capitolini e bolzanini, hanno riscoperto momenti mai visti del cantiere davanti a Ponte Talvera, dove stava sorgendo l'arco di trionfo di regime sulle fondamenta del monumento ai Kaiserjäger. Ma qual è stata la chiave di volta di questa ricerca? Una mostra. E proprio su Pietro Canonica, scultore celebrato soprattutto a Roma e che alla capitale aveva donato la sua residenza, ora Villa-museo Canonica, posta all'interno dell'area di Villa Borghese e che da pochi giorni ospita una retrospettiva dal titolo «Realismo e poesia, lo sguardo di Pietro Canonica sulla Prima guerra mondiale», mostra organizzata da Bianca Maria Santese a corollario delle celebrazioni per l'anniversario di quel conflitto. Pietro Canonica, chiamato a collaborare alle operazioni monumentali bolzanine ma meno coinvolto ideologicamente col fascismo tanto da essere poi nominato senatore della Repubblica da Luigi Einaudi, scolpì innumerevoli opere nel suo studio «La Fortezzuola», ora museo a suo nome. E anche i tondi, come quello con Prometeo ritratto nell'immagine con Piacentini, che poi sarebbero stati posti in cima alla Vittoria. «Ho sfogliato l’ “Alto Adige nostro” di Gino Cucchetti, i libri editi dopo sul monumento - dice dal suo ufficio la "ricercatrice" bolzanina - e ho confrontato i volti di alcuni protagonisti del cantiere con le nuove immagini che mi giungevano da Roma. E lì ho riconosciuto allora Tomaso Oss, l'architetto nato a Trento nel 1890, che aveva studiato a Innsbruck per poi morire giovane proprio a Bolzano nel '42». E poi Luigi Botti, altro urbanista dell'epoca, accanto al "Prometeo" di Canonica dal diametro, finalmente verificabile, di oltre due metri. E tra le foto inviate da Roma per un controllo, anche un bassorilievo, sempre di Canonica che, come le altre sue sculture bolzanine, era di argomento "laico". Quindi poco celebrativo. Tanto da non essere poi stato inserito. A testimonianza che una sorta di « depotenziamento ante litteram» era stata intrapreso da artisti meno ideologicamente coinvolti e che volevano, magari in cuor loro, rendere l'arco di trionfo bolzanino meno carico di messaggi aggressivi. Insomma, dalle ricerche d'archivio per una mostra romana su Canonica, è arrivato, inatteso, un contributo che aggiunge nuovi particolari alla storia di un monumento controverso. Magari non decisivi ma che offrono uno spaccato "cronachistico" fatto di immagini quotidiane, di sorrisi sui volti di architetti impegnati in un lavoro che avrebbe segnato le loro vite, fuori dalla retorica di regime. Ma che avrebbero poi segnato i nuovi contorni di una città che sarebbe, da allora, cambiata per sempre. (pc)


