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BOLZANO. «Italian Everest Expedition ’73». Sta scritto sullo sportello anteriore sinistro di un Agusta Bell 205, ricoverato nell’hangar numero 1 del 4. Reggimento Aves Altair di San Giacomo. Poco sotto stanno alcuni nomi di luoghi esotici, con vergata accanto la rispettiva quota. Il primo della lista dice: campo base 5.350 metri. Quasi nessuno sa della sua esistenza, nessuno immagina che sia ancora operativo. Eppure l’AB 205 vola, eccome, seppure a rotazione, come i tutti gli altri elicotteri, attualmente al comando del colonnello Arrigo Arrighi. Un pezzo di storia dell’aviazione militare e anche della storia alpinistica mondiale. Il suo soprannome è Italia 2. Assieme a Italia 3 e a Italia 1 - che in quell’occasione ottenne il record mondiale di altitudine, ma in seguito effettuò un atterraggio di emergenza e non riuscì più a decollare - nel 1973 questo elicottero partecipò alla prima epica spedizione italiana all’Everest, trasportando materiali e alpinisti fino ai 5.350 metri di altitudine del campo base dell’Ottomila.
Aveva più di 60 membri, la spedizione voluta dal conte Guido Monzino, la cui famiglia aveva fondato la Standa: 53 militari e 9 scienziati, incaricati di studiare la fisiologia umana d’alta quota. Aveva carovane di bombole d’ossigeno, ogni genere di comfort al campo base e, soprattutto, fatto inaudito per allora, aveva al seguito tre elicotteri dell’aviazione leggera dell’esercito, fatti arrivare in Nepal per il trasporto dei materiali scientifici ai campi alti e per provvedere ad eventuali soccorsi in quota. I tre AB 205 vennero parzialmente disassemblati e trasportati in loco da un aereo militare, un Hercules C130. L’abnorme dispiego di uomini e mezzi, allora assai criticato da una parte del mondo alpinistico internazionale, in particolare da quello britannico, servì a portare in vetta cinque alpinisti italiani - Rinaldo Carrer, Mirko Minuzzo, Fabrizio Innamorati, Virginio Epis e Claudio Benedetti - nonché tre sherpa nepalesi.
Si trattava dei primi italiani in vetta al tetto del mondo. Vennero criticati, perché salivano con 8 differenti team da 3 alpinisti, che prima del tentativo venivano portati in volo a Lukla, a 2.500 metri, per recuperare le energie, e poi riportati in quota dagli elicotteri, ai 5.300 metri del campo base.
In realtà, l’uso dei velivoli fu anche una questione di necessità. Nel mese di marzo, durante il trekking di avvicinamento, uno sciopero degli sherpa aveva costretto ad usare gli elicotteri per trasportare i materiali al campo base. C’era poi l’esigenza di portare diversi bidoni al campo 2, a 6.400 metri, dove, oltre a montare le tende degli alpinisti, si doveva svolgere parte delle ricerche mediche. Furono dei voli memorabili, specie quando ad Italia 1 riuscì di atterrare al campo 2, con un carico di 100 chili e 300 libbre di carburante. Era il primo aprile 1973. E fu record del mondo di altitudine. Due settimane dopo, con condizioni meteo difficili, decollato per recuperare tre membri della spedizione colti da diarrea, Italia 1 tentò di atterrare un 200 più in basso del campo 2, ma non vi riuscì a causa delle terribili raffiche di vento. Più sotto, sempre per il vento, l’AB 205 slittò sul ghiaccio, urtò uno sperone roccioso e infine rovinò a terra. Miracolosamente, i piloti ne uscirono indenni e un passeggero rimediò una frattura a un braccio. Italia 1, o meglio i suoi rottami, rimasero in parete. Impossibile portarli giù, si disse allora. Solo 36 anni dopo, nel 2009, ci è riuscita la Eco Everest Expedition, una spedizione ambientalista, effettuata sul bordo inferiore della seraccata che sovrasta il campo base. Interamente riportato a valle, l’AB 205, ma solo perché i movimenti del ghiacciaio avevano trascinato i rottami centinaia di metri più a valle. Che fine abbia fatto, il relitto, non ci è dato di sapere.
Gli altri due elicotteri, però, al termine della spedizione, nel maggio 1973, ritornarono in Italia. E uno dei due, la cui sigla è I - EIAB, è ora di stanza a Bolzano. Cioè, vola, eccome, sulla testa dei bolzanini, durante le frequenti esercitazioni dell’Altair. Sulla sua portiera, stanno scritte le quote raggiunte nel ’73, superando enormi difficoltà tecniche, con grande perizia: Lobuche 4.903 m, Gorak Shep 5.132 m, Kala Pattar 5.280 m, Campo Base 5.350 m.
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