BOLZANO. Il quarto anno di liceo nell'altra metà del cielo? Una scelta sempre più diffusa fra i diciassettenni. Quest'anno i ragazzi coinvolti sono 63, 38 di lingua italiana e 25 di lingua tedesca, la maggior parte del capoluogo. I due istituti più impegnati negli scambi sono i licei Carducci e von der Vogelweide. I ragazzi sono entusiasti, consigliano l'esperienza, ma non lesinano critiche durissime: gli scambi sono poco o punto pubblicizzati e per nulla sostenuti, se non addirittura osteggiati, da una quota del corpo insegnante; e poi mancano efficienti strutture di supporto agli scambisti, tipo: informazioni; corsi di introduzione; uno scambio propedeutico di qualche giorno da effettuarsi in terza; un tutor di un ente terzo e super partes in grado di monitorare il progetto sul campo e al quale ci si possa rivolgere in caso di necessità. Infine i programmi di studio: troppo differenti e mal conciliabili fra loro.

Il sogno, almeno nel capoluogo, sarebbe la scuola mista. Intanto, i ragazzi avanzano alla politica provinciale queste circostanziate richieste. Gli scambisti sono gente normale. Nel senso che non occorre essere dei geni per effettuare l'anno di scambio. La fauna è delle più varie. Camilla Valerio e Paolo Cuccurullo arrivano al von der Vogelweude dal linguistico Carducci. Italofoni, genitori italiani, scuole in italiano. Per imparare la lingua avrebbero anche scelto il quarto anno all'estero, ma la cosa risultava più complicata e pure costosa. Inoltre, i due praticano seriamente sport. Quindi hanno preferito rimanere in città, dove stanno le loro squadre.

Cecilia Clò e Helena Geraci sono mistilingui: un genitore italiano, l'altro tedesco. A casa loro vige una legge non scritta e ignorata dalla politica sudtirolese: il bilinguismo. Lo scambio? Scelto mica per la lingua, bensì per vedere com'era e come si stava dall'altra parte. E siccome si può scegliere, e loro non necessitavano di tanto tempo per imparare bene l'italiano, sono passate da Vogelweide a Carducci per un solo quadrimestre. Ulrike Pardatscher, invece, abita nella Bassa Atesina. Germanofona, genitori tedeschi, scuole sempre in tedesco. Almeno fino a settembre, quando si è fatta coraggio e dal von der Vogelweide è passata al Carducci. Per un anno. Perché è un bell'impegno e, visto che il difficile è iniziare, tanto valeva arrivare a fine anno. Lo scopo? Imparare l'italiano.

Ma non è finita qui. Perché rappresentato è pure l'altro gruppo etnico - altro fenomeno ignorato dalla politica sudtirolese - ossia il quarto. Lo rappresenta Shadi Davoodi. Genitori iraniani, a casa si parla anche in italiano, scuole sempre in italiano. Che però in Alto Adige non basta mica, perché occorre sapere a menadito anche l'altra lingua. Tolti i mistilingui, lo scambio all'inizio non è una passeggiata, e non soltanto per le difficoltà linguistiche. Perché, di là, è tutto un altro mondo. Interessante ma diverso. I confronti sono illuminanti.

Agli italiani il liceo tedesco appare più rigido ma assai meglio organizzato: amministrazione rapida e impeccabile, poca confusione in classe, durante le lezioni opinione dei ragazzi quasi mai richiesta, rapporti assai più formali, pressoché totale assenza di elasticità nelle situazioni critiche. Ai tedeschi il liceo italiano appare più umano, socievole, caldo; conta molto lo stato d'animo e i profe ti chiedono addirittura come va; quando si affronta un argomento si discute, si argomenta, c'è meno distacco. Due approcci differenti, entrambi funzionanti ma al contempo limitanti. Al liceo italiano si impara il contraddittorio ma con più lassismo sui risultati, al liceo tedesco si punta molto al rispetto del programma e ai risultati, ma si sviluppano meno le capacità critiche individuali. E fin qui ci si poteva anche arrivare da soli. Ma le diversità e l'interesse derivano da mille altri fattori. Per dire: gli italiani al sabato sera si trovano in piazza Erbe, tanti tedeschi non sanno nemmeno dove si trovi.

Il liceo tedesco è una pacchia per gli orari, perché c'è una pausa ogni due ore anziché ogni tre. E c'è ben la rottura di un rientro al pomeriggio, ma così si finisce tutti i giorni alle 12.25: tutto un altro andare rispetto alle 13.15; così, ti rimane il tempo per la siesta. Se invece dal liceo tedesco te ne vai a fine della terza, per tutto il resto della vita non avrai mai più a che fare con la chimica. E i ragazzi italiani partecipano molto di più alla vita di classe, cosa inimmaginabile al liceo tedesco, dove tanti alunni abitano fuori città e trovarsi al pomeriggio risulta più difficoltoso. E poi, diciamolo, i profe italiani sono un pochetto più elastici. E allo scambista, visto l'impegno profuso, alzano un pochetto i voti. Dall'altra parte è impensabile. Ma davvero non si sa, quale dei due sia l'approccio migliore.

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