PHOTO
Bolzano. «Lo sport? Insegna la resilienza, a non mollare». Inteso ovunque capiti. É come aprire un cassetto degli strumenti quando la vita lo richiede. Non solo sui campi, lì è il meno: l’ora di tennis finisce ma la giornata no. Ed è allora che serve. Nel lavoro, quando un progetto stenta a decollare, se mai l’idea fosse buona ma la gente intorno non capisce, non ci crede. Si sta soli e si cerca un appiglio. Se si è abituati a trovarlo da se è meglio, come quando una partita va male e occorre resistere e aspettare il colpo che prima o poi arriverà. Nel tennis, poi, la solitudine è parte del gioco. É il gioco stesso. Nessun compagno di squadra con cui prendersela, niente recupero, uno abbassa gli occhi dopo un errore e cerca solo dentro di sé le ragioni e l’energia.
Matteo Bonvicini ha fatto l’uno e l’altro. Il tennis e il resto, inteso il lavoro e gli studi e poi la pratica farmaceutico-sanitaria. E guarda al rapporto tra giovani e sport e dunque tra la scuola e la pratica sportiva come ad un dato che offre anche il senso di una cultura che stenta a farsi largo: «La connessione tra fisico e mente è fondamentale. E lo è laddove le due cose sono messe in connessione virtuosa, come negli istituti e nelle università americane». Dove il collettivo, la collaborazione di squadra, gli allenamenti come elemento di resistenza, la lealtà nelle competizioni è valutato al pari di un esame superato. In Alto Adige invece, si registrano numeri deprimenti: più del 20% dei ragazzi e delle ragazze non pratica sport. E che, soprattutto, la quota dei praticanti cala regolarmente con l’età: dal 70% dei 15 enni a meno del 60% tra i 17 enni. Tante le cause e un poco fragili in verità: il tempo, gli impegni scolastici, gli interessi. E ancora: il 90% di chi non pratica sport in età scolare è di sesso femminile.
E questo dato apre un ulteriore varco emergenziale di genere anche sul piano della salute. Perchè sta qui il nodo: «É nell’adolescenza che si gettano le basi per una vita sana», spiega Hubert Messner, assessore alle Sanità. L’ha detto in un convegno nei giorni scorsi, che ha finalmente scoperchiato il vaso di Pandora del difficile rapporto tra scuola, salute e dunque sport. Bonvicini è oggi presidente provinciale di Federfarma. Guarda al fenomeno con uno sguardo rivolto alla sua esperienza di sportivo.
Iniziata quando?
Prestissimo
E con la scuola?
Lo sport si fa da soli qui da noi. Difficile trovare supporti a scuola. Il tennis poi…
Dunque come ha fatto ad andare avanti?
Da ragazzino iniziavano ad arrivare i primi risultati. Al circolo di Gries progredivo. Poi mi sono detto: che fare per migliorare ancora? Sono finito a fare un anno invece che a scuola a Bolzano in Florida, da Nick Bollettieri. Allora il migliore.
E la scuola?
Ecco la questione. Io sono stato fortunato perché mi hanno sostenuto i genitori. A Bolzano c’era Junior Ghedina, un altro ragazzo che stava scalando le classifiche per via dello stesso allenatore americano. Ci sono andato anch’io.
Senza l’aiuto da casa?
Non ce l’avrei fatta. Avevo 15/16 anni e al liceo scientifico c’erano magnifici insegnanti ma dello sport neanche a parlarne. Ora di ginnastica e via. Negli Usa ogni high school, le nostre superiori, ha squadre di ogni disciplina che giocano in campionati regionali o nazionali. Le scuole stesse spingono perché gli alunni facciano attività, favoriscono lo sport agonistico e lasciano spazio agli allenamenti modulando le lezioni in funzione anche degli impegni extra aula.
Negli Stati Uniti lo sport è punteggio scolastico?
L’ho verificato di persona. L’aria che ho respirato è quella di una cultura multidisciplinare dove uno non deve impazzire se gli serve allenarsi dopo essere cresciuto nei risultati. Da noi lo sport è visto come un passatempo. Se proprio vuoi farlo, bene, ma sono fatti tuoi.
Vede passi avanti?
Beh, le statistiche sono impietose ma qualcosa si è mosso. Penso ai licei sportivi, anche a Bolzano, all’attività intensificata in molte scuole tedesche.
Cosa servirebbe?
Inserire l’attività fisica e poi anche quella agonistica nel percorso formativo. Cercare di dotare ogni studenti anche degli strumenti di resistenza fisica, salute, cura del corpo, disciplina dentro e fuori, lealtà nei rapporti personali che lo sport praticato è in grado di fornire”.
Attraverso quali scelte?
La conciliazione strutturale tra mente e corpo, tra cultura e sport, lezioni e allenamenti. Altrove lo si fa. Mens sana in corpore sano è un principio che dobbiamo inserire nella formazione anche scolastica dei giovani. In moltissimi casi, invece, la continuazione dell’attività, i possibili progressi dipendono troppo dai genitori, dal loro supporto. Anche economico.
Come è accaduto a lei?
Certo. E che invece non è stato possibile per molti ragazzi dotati e appassionati. C’è un percorso culturale complessivo da costruire. E che investe le istituzioni.
Quando si può decidere la propria strada sportiva ?
Tra gli 11 e i 12 anni. Guardiamo a Sinner. Io ad un certo punto ho mollato il tennis e mi sono impegnato in farmacia. Ma lo sport resta. Aiuta la crescita emotiva, ad allontanarsi dal troppo bere o dalle troppe discoteche. Per me, per anni, non sono esistite.


