BOLZANO. Racconta un agente della Polfer: «È come nel film “Terraferma”. La scena dove la barca del ragazzo viene circondata da un gruppo di disgraziati buttati in mare dagli scafisti. Loro arrivano a nuoto, all’improvviso, nella notte. Sembrano un branco di piranha. Si aggrappano e tentano di salire. Il ragazzo prende un remo e li colpisce sulle mani. Li ributta in mare. Ecco, io mi sento così, solo come quel ragazzo».

Il tappo del Brennero sta per esplodere. Presto, prima dell’estate, arriveremo a 300/400 profughi al giorno sui treni diretti al valico. Questa è la stima, elaborata sui dati del Viminale, che sta girando tra le autorità di polizia e le associazioni umanitarie.

Trecento persone (uomini, donne, anziani, bambini) ogni giorno, che le scorte trilaterali tenteranno di cacciare giù dai treni prima del confine, nel tentativo illusorio di impedire che mettano piede in Germania e in Austria. È stato già dato l’ordine di far scendere i profughi a scaglioni, un po’ a Bolzano, un po’ a Bressanone, e un po’ al Brennero. In modo che non diano troppo nell’occhio. Un lenitivo. Ieri in 40 sono scesi a Bolzano, altri 40 al Brennero. A Bolzano non c’è niente: solo la buona volontà degli agenti della Polfer e degli operatori della Volontauris che danno un panino, acqua e una coperta per la notte. Le ferrovie si rifiutano persino di dare una sala per la prima accoglienza. Al Brennero stessa musica, a parte un piccolo spazio messo a disposizione dalla Provincia. Idem a Bressanone, dove gli agenti della Polfer sono solo due. È già il caos, figuriamoci quando i profughi saranno tre volte tanto.

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Il Brennero e la scabbia. I 77 profughi fermati l’altro giorno in Tirolo e che l’Austria voleva rispedire in Italia, sono ancora a Steinach, a una manciata di chilometri dal confine. Lo stesso accordo che obbliga l’Italia a subire le pattuglie trilaterli sul nostro territorio, obbliga l’Austria a “restituire” i profughi in buona salute. L’Austria ha dovuto disporre le viste mediche, e ha perso tempo. Sono stati accertati quattro casi di scabbia, e sono trascorse le 24 ore entro cui la “riammissione passiva” deve essere formalizzata. Una volta scadute, l’Austria - come ha spiegato ieri sera il questore Carluccio - non può più respingerli. La gendarmeria tirolese, una volta tanto, è stata costretta ad abbozzare. Un piccolo incidente di percorso. I respingimenti, di fatto, non conoscono sosta. Altri quaranta ieri solo al Brennero. Donne e bambini scaricati come sacchi di patate in stazione, in carico alla polizia italiana. Dopo l’identificazione e la fotosegnalazione, già oggi tenteranno di salire sul primo treno “destinazione Monaco”. E ce la faranno, perché loro sono tanti, e i poliziotti pochi. Dieci agenti della Polfer in tutto, a cui si aggiungono i 30 del commissariato di Brennero, ormai impegnati h24 nella gestione di questa emergenza. «Si spendono centinaia di milioni per l’accoglienza e Triton - si sfoga Fulvio Coslovi del sindacato di polizia Coisp -. E al Brennero non arriva nemmeno un euro. Non abbiamo la logistica, il personale, le strutture per far fronte a quello che sta succedendo... Il Brennero è un imbuto, da qui passano tutti, ma a Roma girano la testa». È come riempire d’acqua una caraffa senza fondo. Al sud sbarcano, al Brennero tentano il passaggio a Nord. La rotta è sempre quella, non si scappa. «Dopo un viaggio durato un anno, i lager libici, la traversata in mare, figuriamoci se si fermano per il “nein” di una guardia tirolese», dice un agente. «Si sta dando una soluzione militare a un problema umanitario - ribadisce Mario Deriu del Siulp -, scaricandola tutta sulle spalle dei poliziotti. Dal vertice di Bruxelles ci aspettavamo una spallata al Dublino 3 (l’accordo che stabilisce che i profughi devono restare nel primo paese europeo dove arrivano, ndr). Invece, siamo punto a capo. Anzi: peggio».

La ribellione. La situazione sui treni è sempre più tesa. I profughi in arrivo hanno paura dei poliziotti tedeschi e austriaci. Sanno che possono ordinare agli italiani di farli scendere. La ribellione delle donne siriane che qualche settimana fa si sono rifiutate di obbedire, non è più un caso isolato. Sempre più spesso gli italiani devono intervenire per evitare incidenti tra i profughi e gli agenti tirolesi e germanici. «È già capitato - racconta un poliziotto della Polfer -: c’è chi reagisce in modo violento. Questa gente è esasperata. Noi facciamo il possibile per evitare che qualcuno si faccia male, ma ogni giorno è più difficile». Mario Deriu non si stanca di ripeterlo: «Se su un vagone hai 30-40 persone stipate in un piccolo spazio e devi anche metterti in mezzo per evitare guai tra loro e i tuoi colleghi teeschi, significa che questo sta diventando un serio problema di ordine pubblico. Al Viminale devono capirlo. Siamo di fronte a una migrazione di massa mai vista, non può essere solo un problema italiano. E dei poliziotti».

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