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BOLZANO. La prima "Bauzanum" era sul fiume, dove adesso c'è ponte Loreto. Ma le piene, le acque sempre in movimento consigliarono di spostarla più in alto e lì nacque la città «nova», con i primi portici e le mura. E la sua chiesa: anno domini 1180, l'8 di maggio. A consacrare San Giovanni in Villa salì il vescovo di Trento, Salomone. Ecco da dove arriva, da quanti secoli, quel piccolo tesoro chiuso tra via Cavour e vicolo San Giovanni.
Ma non è detto che viva ancora a lungo perché l'acqua, che magari giunge da quegli stessi acquitrini ora sotterranei che fecero fuggire i primi bolzanini verso aree più salubri, la sta erodendo. Un lavoro di fino, goccia dopo goccia, come un virus che ovunque si insinua, invisibile finché non aggredisce gli affreschi.
«Ecco vede - dice sconsolato Bernhard Holzer - quelli più bassi non si vedono più, sono macchie bianche di umidità. Sono ancora salvi quelli più in alto». Ma non è detto. Il decano («È la diocesi il proprietario di questa bellezza» spiega Alfred Pichler, lo storico dell'arte che lo accompagna) indica infatti il grande Cristo "pantocrator" sopra l'altare con un bel cerotto bianco di gesso quasi a coprirgli il viso. Eccola l'acqua che non risparmia niente e nessuno.
Si salvano ancora i cicli in alto, che corrono tutto intorno alla chiesa. Affreschi straordinari, di scuola giottesca. Magari anche con la supervisione del grande maestro. Perché è tutta legata alla straordinaria storia pittorica trecentesca norditaliana, pur con alcuni ben visibili influssi nordici, il tesoro di colori di San Giovanni.
Boccione de'Rossi, “prestatore”, cioè banchiere dell'epoca, per ingraziarsi il contesto politico ed economico bolzanino si fece committente delle opere e, naturalmente, chiamò i migliori. Allora al lavoro a Padova. Ed è la nostra piccola cappella degli Scrovegni questa che sta rischiando di sbriciolarsi oggi.
«Aiutateci - implora il decano- perché se non si fa in fretta non è che poi qualcuno le potrà ridipingere queste bellezze...». In verità molto è già stato fatto. Spinti da un gruppo di appassionati e di imprenditori (tra i quali Heiner Oberrauch e Claus von Ach, Benedikt Gramm, Werner Wallnoefer, Carl Philipp Hoehenbuehl) erano stati raccolti mesi fa almeno 50 mila euro, frutto di donazioni pubbliche e di impegni personali.
Con questi fondi è stato rifatto il tetto, anch'esso bisognoso di essere messo in sicurezza. Ma non è bastato. L'umidità non arriva solo da sopra ma dal fianco, da sotto, da destra e da sinistra. «Si potrebbero applicare delle grondaie- dice Alfred Pichler - ma sarebbe una violenza , come dire, archeologica. Il tetto ne era privo, lo è sempre stato, non si deve toccare l'insieme architettonico esterno, che è ancora quello originale del XII secolo».
Quindi servono lavori strutturali. Creare delle canaline tra terra e muri, risanare, assorbire l'umidità presente e impedire la sua formazione in futuro.
In sostanza: servono soldi. «Almeno 65 mila», dice il decano. Ecco perché invoca un aiuto. Dai fedeli, dagli abitanti del "Dorf" (in Villa...), da tutti i bolzanini, del Centro e non. Ma anche dalla Sovrintendenza. Perché tutto questo denaro serve proprio per salvare l'insieme, non agire pensando al risparmio ma all'integrità. Purtroppo, questa è già compromessa all'interno.
È disperante guardare la distruzione ormai in atto degli affreschi del ciclo più basso. Ma anche in cima. «Questa chiesa - ricorda Pichler - è il prodotto di molti interventi che testimoniano quanto contasse per i bolzanini del medioevo. Venne dipinta a secco nel 1330 da un pittore ricordato come maestro del coro di San Giovanni e poi un nuovo intervento, questa volta a fresco, nel 1350». Fu allora che venne rifatto il tetto, passato dal legno all'intonaco. Ma è proprio anche sulle volte che l'umidità sta iniziando ad aggredire i dipinti. È dunque questa fragilità intrinseca, dovuta alla sovrapposizione delle tecniche pittoriche, alla presenza di una falda nel sottosuolo, alla particolare disposizione della chiesa così spesso in ombra, all'origine dei malanni di cui ora è costretta a soffrire. Forse non è colpa di nessuno, magari solo degli anni. Ma, pensano tutti quelli che tengono a questo gioiello, sarebbe come se rischiasse di sbriciolarsi la cappella degli Scrovegni: Padova si mobiliterebbe.
«Ecco - dicono il decano e gli appassionati che lo circondano - speriamo che Bolzano ci ascolti». Intanto l'acqua continua a fare il suo lavoro, imperterrita.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ma non è detto che viva ancora a lungo perché l'acqua, che magari giunge da quegli stessi acquitrini ora sotterranei che fecero fuggire i primi bolzanini verso aree più salubri, la sta erodendo. Un lavoro di fino, goccia dopo goccia, come un virus che ovunque si insinua, invisibile finché non aggredisce gli affreschi.
«Ecco vede - dice sconsolato Bernhard Holzer - quelli più bassi non si vedono più, sono macchie bianche di umidità. Sono ancora salvi quelli più in alto». Ma non è detto. Il decano («È la diocesi il proprietario di questa bellezza» spiega Alfred Pichler, lo storico dell'arte che lo accompagna) indica infatti il grande Cristo "pantocrator" sopra l'altare con un bel cerotto bianco di gesso quasi a coprirgli il viso. Eccola l'acqua che non risparmia niente e nessuno.
Si salvano ancora i cicli in alto, che corrono tutto intorno alla chiesa. Affreschi straordinari, di scuola giottesca. Magari anche con la supervisione del grande maestro. Perché è tutta legata alla straordinaria storia pittorica trecentesca norditaliana, pur con alcuni ben visibili influssi nordici, il tesoro di colori di San Giovanni.
Boccione de'Rossi, “prestatore”, cioè banchiere dell'epoca, per ingraziarsi il contesto politico ed economico bolzanino si fece committente delle opere e, naturalmente, chiamò i migliori. Allora al lavoro a Padova. Ed è la nostra piccola cappella degli Scrovegni questa che sta rischiando di sbriciolarsi oggi.
«Aiutateci - implora il decano- perché se non si fa in fretta non è che poi qualcuno le potrà ridipingere queste bellezze...». In verità molto è già stato fatto. Spinti da un gruppo di appassionati e di imprenditori (tra i quali Heiner Oberrauch e Claus von Ach, Benedikt Gramm, Werner Wallnoefer, Carl Philipp Hoehenbuehl) erano stati raccolti mesi fa almeno 50 mila euro, frutto di donazioni pubbliche e di impegni personali.
Con questi fondi è stato rifatto il tetto, anch'esso bisognoso di essere messo in sicurezza. Ma non è bastato. L'umidità non arriva solo da sopra ma dal fianco, da sotto, da destra e da sinistra. «Si potrebbero applicare delle grondaie- dice Alfred Pichler - ma sarebbe una violenza , come dire, archeologica. Il tetto ne era privo, lo è sempre stato, non si deve toccare l'insieme architettonico esterno, che è ancora quello originale del XII secolo».
Quindi servono lavori strutturali. Creare delle canaline tra terra e muri, risanare, assorbire l'umidità presente e impedire la sua formazione in futuro.
In sostanza: servono soldi. «Almeno 65 mila», dice il decano. Ecco perché invoca un aiuto. Dai fedeli, dagli abitanti del "Dorf" (in Villa...), da tutti i bolzanini, del Centro e non. Ma anche dalla Sovrintendenza. Perché tutto questo denaro serve proprio per salvare l'insieme, non agire pensando al risparmio ma all'integrità. Purtroppo, questa è già compromessa all'interno.
È disperante guardare la distruzione ormai in atto degli affreschi del ciclo più basso. Ma anche in cima. «Questa chiesa - ricorda Pichler - è il prodotto di molti interventi che testimoniano quanto contasse per i bolzanini del medioevo. Venne dipinta a secco nel 1330 da un pittore ricordato come maestro del coro di San Giovanni e poi un nuovo intervento, questa volta a fresco, nel 1350». Fu allora che venne rifatto il tetto, passato dal legno all'intonaco. Ma è proprio anche sulle volte che l'umidità sta iniziando ad aggredire i dipinti. È dunque questa fragilità intrinseca, dovuta alla sovrapposizione delle tecniche pittoriche, alla presenza di una falda nel sottosuolo, alla particolare disposizione della chiesa così spesso in ombra, all'origine dei malanni di cui ora è costretta a soffrire. Forse non è colpa di nessuno, magari solo degli anni. Ma, pensano tutti quelli che tengono a questo gioiello, sarebbe come se rischiasse di sbriciolarsi la cappella degli Scrovegni: Padova si mobiliterebbe.
«Ecco - dicono il decano e gli appassionati che lo circondano - speriamo che Bolzano ci ascolti». Intanto l'acqua continua a fare il suo lavoro, imperterrita.
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