La morte di Silvius Magnago segna una data simbolica nella storia dell’Alto Adige moderno. Si chiude il Novecento, dominato dall’esigenza della costruzione di una comunità i cui confini sono consegnati allo Statuto. E si apre una fase, forse silenziosamente cominciata da qualche anno, in cui a prevalere sono le sfide che il lascito di Magnago deve affrontare. Sfide di un futuro già tra noi. Il destino di quest’uomo sembra legato al fatto che non debba tanto sopravvivergli l’idea per la quale si è battuto e ha vissuto, quanto lo strumento che ha inventato, insieme ad altri, per avere successo. Magnago è stato il “capitano” che ha guidato il ritorno del suo popolo alla terra promessa: la nascita di uno Stato etnico e della sua Legge, l’Autonomia. Non a caso, un cittadino in fila per onorarlo ha detto: “E’ stato il nostro Mosè”. Uno Stato che dovrebbe essere prima tedesco, poi anche italiano e ladino, perché senza coinvolgere la nostra comunità Magnago sapeva che non avrebbe conquistato la meta della legittimazione politica. Il fine era lo Stato etnico. L’autonomia era il mezzo. Per questo, valle dopo valle, Magnago si dedicò a un lavoro di pedagogia della”nazione”. Quando si vuole costruire una “nazione”, il primo problema è spiegarla, insegnarla, farla capire. Anche perché Magnago si rivolgeva a una società contadina, chiusa, economicamente non sviluppata.
E ancora, ai margini dell’Europa, uscita dall’esperienza dolorosa del fascismo. E’ qui che nasce una politica in qualche modo “nuova”. Per spiegare la nazione, Magnago non fa appello solo alla ragione, ma alle emozioni. E il discorso della “nazione” sudtirolese in Alto Adige assume i caratteri del discorso religioso. Una politica che evoca sentimenti d’appartenenza ha bisogno di uno stile politico, di una “estetica della politica” direbbe lo storico Mosse, che offra simboli, immagini, liturgie, che diano anima alla narrazione della patria da difendere. Sbaglierò, ma la ragione per cui Magnago insisteva sui monumenti fascisti e sulla toponomastica non era solo l’avversione al fascismo. In realtà, le emozioni a cui faceva appello avevano bisogno di opere che potessero suscitarle, confermarle. Aveva necessità di sostituire i simboli italiani con i “suoi” tedeschi. Magnago, dunque, precorre i tempi attraverso una modalità comunicativa e organizzativa della politica a cui, in seguito, soprattutto oggi, nessuno potrà sottrarsi. Il fine della ricostruzione etnica della nazione dispersa lo spingerà a pensare la soluzione dell’Autonomia. Il suo realismo, la sua intelligenza politica lo aveva persuaso che non avrebbe potuto superare la ferita della separazione dall’Austria senza l’accordo con la migliore classe dirigente italiana di allora locale e nazionale. Era consapevole che il nemico più insidioso l’aveva all’interno: l’ala oltranzista che ispirò il terrorismo fino alla destra radicale di oggi che diserta il suo funerale. In qualche modo, la “paura” di Roma gli servì per tenere uniti il più possibile i suoi, per guidarli sulla via di un negoziato, che non poteva sfociare in una rottura o in una rivolta violenta. Non solo l’Italia, ma l’Europa, disseminata di minoranze dentro i confini di altrettante maggioranze, non lo avrebbe permesso. La soluzione di quei tempi duri anticipò il futuro: l’Autonomia prefigura l’esperienza del federalismo a cui oggi guarda tutto il Paese. Quello che forse Magnago non aveva previsto è che, con il passare del tempo, l’ordine politico-simbolico delle priorità si sarebbe invertito. Negli anni, con il benessere diffuso, il fine dello stato etnico ha dovuto cedere il passo al mezzo dell’autonomia. Il mezzo è diventato sempre più centrale. Il fine gli ha ceduto l’impronta ideologica, che dura tuttora, ma anche il primato. La trasformazione del mezzo in obiettivo strategico, e del fine etnico in “comunità immaginata” sia pure influente, descrive i mutamenti odierni. Vale a dire, il passaggio ancora incompiuto, tormentato, non privo di conflitti tra etnia e territorio. Il patrimonio che Magnago lascia a tutta la società altoatesina, italiana e tedesca, e per il quale sarà ricordato, non è il fine al quale ha dedicato la vita, che resta un ideale solo tedesco; è il mezzo che ha utilizzato, questo sì universale. In questo capovolgimento di ruoli tra “politica”etnica e “tecnica” della democrazia, l’Alto Adige ha versato il primo tributo alla modernità. La secolarizzazione è stata avviata. Essa compare nella transizione dal sogno dell’autogoverno all’amministrazione pragmatica di Durnwalder, che conserva simboli e liturgie della tradizione, ma in un contesto in cui il loro significato, la loro presa emotiva s’indebolisce.. Qual è, allora, la sfida dell’Alto Adige dopo Magnago? Forse scoprire una nuova identità dell’autonomia: non si tratta più della sopravvivenza etnica del gruppo tedesco, del “sacro cuore”, ma del vivere insieme di gruppi linguistici diversi per progettare un futuro collettivo, cioè il territorio in cui tutti si riconoscono. Una società ricca delle sue differenze, che si pensa inserita non solo nello spazio della nazione italiana, ma in quello più ampio dell’Europa. Finisce una biografia, non la storia. L’Alto Adige lentamente cambia.
Il modo migliore per ricordare Magnago, forse, consiste nel cominciare dove lui ha finito: una nuova stagione dell’autonomia.

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