BOLZANO. Avrebbe voluto essere un ciclista professionista, ma ha dovuto rimodulare la sua passione e, per rimanere vicino al mondo delle biciclette, ha deciso di dedicare tutto se stesso ad aggiustarle. Dal di fuori, il negozio di Marco Balduzzi (a destra nella foto), in via San Quirino, sembra essere come tanti altri: tendalini parasole, vetrine e biciclette esposte. Ma all'interno c'è un vero santuario delle due ruote. Balduzzi, 70 anni, sorriso schietto, si commuove soltanto quando parla dei genitori o quando gli viene chiesto quanto sia importante per lui la bicicletta.

«È tutto - dice - perché andare in bicicletta è la cosa più simile a volare». Ricorda i suoi primi incontri con quello strumento che lo accompagna da tutta la vita. Nel 1967 il Giro d'Italia attraversò Bolzano, «Felice Gimondi era in Maglia Rosa. Aveva appena vinto il Tour de France. Io ero insieme a mio padre Ermenegildo, che lavorava come elettromeccanico nella centrale a Sant'Antonio. Era un appassionato di ciclismo, ma in modo diverso: seguiva Coppi e Bartali, ma non amava andare in bici. Vidi Gimondi in corso Libertà. Una moto dell'organizzazione frenò bruscamente a causa delle persone in strada e lui riuscì ad evitare l'impatto, facendo una manovra repentina. Come avrebbe fatto un gatto».

C'era anche «Renato Michelotti di Rovere della Luna e si diceva che potesse anche vincere quell'anno. Andai a vederli a Ega, dopo Ponte Nova, quando dalla maglietta si toglievano le carte dei giornali inzuppati di sudore». Poi però Balduzzi si avvicina a un libro che mantiene esposto sul bancone e lo sfoglia come un sacerdote sfoglierebbe la Bibbia. È, invece, un tomo da 800 pagine dal titolo «Un veloce super veloce» di Alberto Agostini. Indica una foto di quando era nella squadra "Veloce club Bolzano". A 29 anni andò a correre nel vicentino «con risultati lusinghieri, ma la salute non mi ha accompagnato e quindi ho deciso che per professione le biciclette le avrei aggiustate e non guidate».

Nel 1980 apre un piccolo laboratorio ai Piani, ma l'anno dopo si trasferisce in via San Quirino. «Ho sempre e soltanto lavorato sulle biciclette da corsa; non perché le altre non meritino attenzione, ma uno deve fare quello che sente di fare, soprattutto sul lavoro». Il figlio Davide, 32 anni, che lavora nell'officina, interviene per spiegare meglio il concetto. «Per le biciclette da corsa di un certo livello la preparazione meccanica fa la differenza nella prestazione». Poi il padre riprende il filo per descrivere la bicicletta perfetta. «Deve essere silenziosa, scorrevole e leggera, perché con la bicicletta si vola, o quantomeno si fa la cosa più simile al volare».

La bici più bella? «È quella che ha bisogno soltanto di olio alla catena, gomme e pattini freschi». Come pattini, e i freni a disco? «La bici da corsa deve essere scorrevole e senza aggeggi inutili. L'evoluzione della bicicletta dovrebbe essere migliorativa e il freno a disco non lo è stato. Provate a fare una discesa lunga e ripida con i freni a disco». Ci sono poi lavori difficilissimi, «come quelli che non hanno senso, ma che il cliente ti chiede comunque di fare». C'è poi il cliente più difficile, «quel ciclista che cade sempre negli stessi errori e incappa sempre negli stessi problemi perché non impara a rispettare la sua bicicletta». Parlando di ciclisti, Marco Balduzzi è categorico: «hanno perso la voglia di pedalare da soli in mezzo alla natura. Hanno cambiato il modo con cui scelgono le biciclette e anche il modo di viverle. Sempre più informatica e minicomputer per condividere i dati delle prestazioni, le posizioni, le immagini dei luoghi. Si pedala sui social».