BOLZANO. «Lavorare così è difficilissimo: ti senti insicuro, perché non conosci tutta la storia clinica del paziente. Qui non ci si rende conto che, in questo modo, il medico espone il paziente e se stesso a grossi rischi. È come se la nostra sanità facesse un salto indietro di 50-60 anni. Giusto garantire la privacy, purché a farne le spese non sia la salute delle persone». Federico Martin, primario di Chirurgia del San Maurizio e presidente dell’associazione provinciale primari ospedalieri, generalmente molto abbottonato, questa volta esce allo scoperto: è preoccupato per le conseguenze delle nuove disposizioni sulla privacy in vigore da pochi giorni in Alto Adige e si fa interprete del forte disagio e del senso di insicurezza che regnano negli ospedali altoatesini .

I medici - ad eccezione di Pronto soccorso, Rianimazione, Oncologia e Dietetica che hanno accesso a tutti i dati del paziente - non possono più consultare la storia clinica precedente del paziente: ciò significa non sapere se uno ha subito degli interventi, se ha particolari patologie, se assume farmaci. A meno che il paziente non dia il consenso.

«Ma da noi - spiega Antonio Frena, chirurgo del San Maurizio - arrivano pazienti che non sono in grado di darlo il consenso: di loro non sappiamo nulla e dobbiamo sottoporli comunque ad un intervento chirurgico. Tutto questo è assurdo. La verità è che queste “regole” sulla privacy stanno creando alla medicina (non solo alla sanità) altoatesina un danno di proporzioni mai viste. In queste condizioni curare un paziente diventa sempre più difficile; impossibile poi fare ricerca».

Ma almeno se uno dà il consenso, il medico ha accesso al suo intero dossier?

«Anche in questo caso - spiega il primario - ci sono una serie di limitazione imposte dal sistema informatico. Faccio un esempio: per piccole cose i pazienti vengono ricoverati il giorno dell’intervento, ma arrivano nei giorni precedenti per effettuare tutti gli esami. Con le nuove regole i risultati noi li possiamo vedere solo cinque minuti prima di andare in sala operatoria. Cosa dobbiamo fare: ricoverare il paziente nel nostro reparto, per consultare in anticipo gli esami?».

Frena si spinge oltre e parla di “disastro epocale della medicina altoatesina”: «Solo in Alto Adige c’è un’interpretazione così restrittiva del concetto di privacy». Il primario Martin ha cercato di capire se le regole che valgono in Alto Adige sono le stesse nel resto d’Italia: «A quanto mi risulta è solo da noi che si sono oscurati i dati di tutti i pazienti, mettendo i medici in una situazione di enorme difficoltà. Oggi la medicina ci consente di sapere tantissime cose e quindi di offrire cure sempre più mirate, non è possibile che l’applicazione delle regole sulla privacy ci tolgano questa possibilità. Per non parlare poi delle difficoltà che incontriamo con i pazienti che quando cerchiamo di saperne di più sulla loro storia clinica, ci rispondono: “Cosa ci chiedete? Avete tutto nel computer”. Verissimo, peccato che non si possa vedere». Nei prossimi giorni Martin presenterà all’Asl la richiesta di ripristinare l’accesso ai dati con un accorgimento: «Stabilito che siamo già tenuti al rispetto del segreto professionale, in più si può prevedere la tracciabilità degli accessi: ovvero si possa risalire al medico che quel giorno e a quella determinata ora è andato a vedere i dati di un certo paziente».