PHOTO
BOLZANO. Una bibbia, un rosario, una nuvola di gerani rossi che abbracciano davanti all’altare del Duomo lo scrigno con le reliquie: sabato 18 marzo nel Duomo di Bolzano viene proclamato beato Josef Mayr-Nusser, martire sudtirolese, morto per il suo rifiuto del nazismo.
Duemila persone assistono alla celebrazione di beatificazione di questo bolzanino umile e coraggioso (il primo beato contemporaneo dopo Arrigo), morto il 24 febbraio 1945 a Erlangen, nel viaggio verso Dachau. Una celebrazione grandiosa, con undici vescovi, 160 sacerdoti, 16 diaconi e il cardinale Angelo Amato, che ha letto la lettera apostolica con cui papa Francesco dichiara beato Josef Mayr-Nusser e fissa il 3 ottobre come il giorno in cui ogni anno verrà celebrata la sua festa. Il 4 ottobre 1944 Mayr-Nusser, recluta di 33 anni, rifiutò di prestare giuramento come SS per motivi religiosi. Firmò così la sua condanna a morte. La sua storia è una cicatrice, un passato negato o taciuto, alimentato grazie alla tenacia di pochi. Il vescovo Ivo Muser nell’omelia lo ha detto, chiaramente. Lo ha chiamato «beato credibile, provocatorio e scomodo». E scomodo deve essere ancora. Il Duomo si è riempito il 18 marzo 2017, ha applaudito con gioia, ma accanto a tante autorità, non sono passate inosservate le assenze. Pochi consiglieri provinciali e comunali, pochi parlamentari. C’erano il presidente Kompatscher con parte della giunta, l’Obmann della Svp Achammer, il sindaco Caramaschi, l’ex commissario del governo Elisabetta Margiacchi, i vertici delle forze dell’ordine, le associazioni, il mondo della chiesa, centinaia di fedeli. Nel primo banco si è seduto Albert Mayr-Nusser, il figlio, accanto ai cugini, che ancora gestiscono il maso a ponte Campiglio. Resta difficile parlare dei tanti sudtirolesi che simpatizzarono o collaborarono con il nazismo. Sono serviti 27 anni per concretizzare il percorso di beatificazione. Ma adesso questo seme è stato piantato.
Il giorno dopo, domenica 19 marzo, il nome di Josef Mayr-Nusser è risuonato anche in piazza San Pietro a Roma. Papa Francesco annuncia dopo l’Angelus la beatificazione del martire sudtirolese e lo indica come modello.
Duemila persone assistono alla celebrazione di beatificazione di questo bolzanino umile e coraggioso (il primo beato contemporaneo dopo Arrigo), morto il 24 febbraio 1945 a Erlangen, nel viaggio verso Dachau. Una celebrazione grandiosa, con undici vescovi, 160 sacerdoti, 16 diaconi e il cardinale Angelo Amato, che ha letto la lettera apostolica con cui papa Francesco dichiara beato Josef Mayr-Nusser e fissa il 3 ottobre come il giorno in cui ogni anno verrà celebrata la sua festa. Il 4 ottobre 1944 Mayr-Nusser, recluta di 33 anni, rifiutò di prestare giuramento come SS per motivi religiosi. Firmò così la sua condanna a morte. La sua storia è una cicatrice, un passato negato o taciuto, alimentato grazie alla tenacia di pochi. Il vescovo Ivo Muser nell’omelia lo ha detto, chiaramente. Lo ha chiamato «beato credibile, provocatorio e scomodo». E scomodo deve essere ancora. Il Duomo si è riempito il 18 marzo 2017, ha applaudito con gioia, ma accanto a tante autorità, non sono passate inosservate le assenze. Pochi consiglieri provinciali e comunali, pochi parlamentari. C’erano il presidente Kompatscher con parte della giunta, l’Obmann della Svp Achammer, il sindaco Caramaschi, l’ex commissario del governo Elisabetta Margiacchi, i vertici delle forze dell’ordine, le associazioni, il mondo della chiesa, centinaia di fedeli. Nel primo banco si è seduto Albert Mayr-Nusser, il figlio, accanto ai cugini, che ancora gestiscono il maso a ponte Campiglio. Resta difficile parlare dei tanti sudtirolesi che simpatizzarono o collaborarono con il nazismo. Sono serviti 27 anni per concretizzare il percorso di beatificazione. Ma adesso questo seme è stato piantato.
Il giorno dopo, domenica 19 marzo, il nome di Josef Mayr-Nusser è risuonato anche in piazza San Pietro a Roma. Papa Francesco annuncia dopo l’Angelus la beatificazione del martire sudtirolese e lo indica come modello.


