MERANO. L’economia di mercato ha dinamiche che cambiano più veloci del vento, è vero, così come è vero che i numeri possono essere letti da diversi punti di vista. Bene, tuttavia da una parte abbiamo duecento lavoratori che la SunEdison (la nuova denominazione della Memc) sta mettendo alla porta, e dall’altra oltre 3 milioni di euro di contributi concessi dalla Provincia all’azienda nell’ultimo decennio per attività di ricerca e sviluppo. Un conto che sale ancora con 61 mila euro per consulenze e formazione, e altri 632 mila per investimenti aziendali e ambientali dal 2003 a oggi. Solamente di quest’ultima quota potrebbe essere chiesta la restituzione, ma solo nel caso di alienazione del bene agevolato entro dieci anni. Totale 3,7 milioni.

Un bel gruzzolo, a fronte del disimpegno della multinazionale americana che ha assestato un duro colpo al sistema economico e sociale meranese. «Le imprese multinazionali, a differenza delle imprese radicate sul territorio, decidono le proprie scelte di insediamento o di delocalizzazione con una rapidità sorprendente e in base a calcoli di convenienza che non tengono conto nemmeno degli ingenti investimenti fatti, come dimostra il caso di Merano»: è un estratto della risposta, a firma del governatore Arno Kompatscher, a un’interrogazione di Alessandro Urzì, consigliere provinciale di “Alto Adige nel cuore”.

Risposta dalla quale emergono le somme erogate dalla mano pubblica. Ma, afferma Urzì, questo è solo il danno perché ci sarebbe anche la beffa: «La giunta provinciale di Bolzano – scrive - e l’assessore Roberto Bizzo continuavano a trattare con i vertici della corporate americana, illudendo i lavoratori sulla possibilità di una piena ripresa dell’attività produttiva, ma in SunEdison avevano già deciso la chiusura del settore policristallo, tanto che una pubblicazione interna della multinazionale americana in cui sono dettagliatamente descritti i siti operativi dell’azienda a livello globale, non annoverava più il reparto di Sinigo tra quelli in attività».

L’origine delle perplessità di Urzì scaturisce da un opuscolo “griffato” SunEdison e datato ottobre 2013: nella mappa delle sedi (“manufacturing locations”) della multinazionale, alla voce riguardante Merano, sono citate le produzioni di triclorosilano, acido cloridrico e il reparto monocristallo, ma non del polisilicio.

«Ma si trattava di una brochure a scopo commerciale – spiega l’ufficio stampa di SunEdison – e riportava solo l’elenco degli impianti operativi in quel dato momento». In altre parole, la SunEdison non voleva presentare ai clienti e al mercato un reparto che in quel frangente, ottobre appunto, non stava producendo. A ogni modo, «alla Provincia – puntualizza la risposta sottoscritta da Kompatscher – non era nota una pubblicazione da cui si potessero evincere le decisioni strategiche della corporate. Le trattative tra l’amministrazione provinciale e i vertici del gruppo erano in corso da diversi mesi sulla base della convinzione che la SunEdison potesse valutare positivamente gli sforzi intrapresi dall’amministrazione su tutte le tematiche sul tappeto (riduzione costi energetici, fiscalità, costo del lavoro). Ovviamente il rischio di chiusura è sempre stato presente».

A sostegno della tesi c’è la recente vicenda dell’Electrolux di Pordenone, caso in cui «dopo l’annuncio di chiusura , il Gruppo ha rivisto la decisione iniziale decidendo di razionalizzare la produzione senza sacrifici per i lavoratori».