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BOLZANO. Non c’è stato nessun annuncio ufficiale, ma su un documento ufficiale del Consiglio Europeo c’è già scritto tutto dal 28 aprile scorso: la Germania chiuderà le frontiere sospendendo l’accordo Schengen dal 26 maggio al 15 giungo, tre settimane centrate sul G7 di Castel Elmau, in Baviera.
Una chiusura che potrebbe avere, sostengono gli analisti dei flussi migratori e gli operatori della sicurezza, un’effetto devastante sugli equilibri di transito per i migranti e i profughi sulla tratta ferroviaria del Brennero. Sospendere Shengen significa a tutti gli effetti riaprire la frontiera: si dovrà mostrare il passaporto per mettere piede sul suolo tedesco e il controllo degli accessi sarà metodico, persona per persona. Uno sforzo straordinario, spiega Berlino, dovuto alla presenza (il 7 e 8 giugno) dei più importanti capi di Stato del pianeta a pochi chilometri dal confine austriaco.
Nonostante tutto questo avvenga a centinaia di chilometri da Bolzano, le conseguenze non tarderanno a farsi sentire, scommette Mario Deriu, segretario del sindacato di polizia Siulp e profondo conoscitore dei fenomeni migratori sull’asse del Brennero. «È come se qualcuno avesse fatto cadere una tesserina del domino un po’ più avanti, prima o poi arriverà anche da noi». La chiusura del confine tedesco, secondo Deriu, provocherà notevoli disagi all’Austria, che normalmente viene soltanto attraversata dai migranti diretti più a nord. «Con questo “tappo”, si creeranno delle sacche di centinaia di profughi bloccati al confine, e l’Austria a questo punto sicuramente ce li rispedirà tutti indietro nel rispetto dell’accordo di Dublino».
Lo scenario che si figura è di un’ondata di respingimenti che si va a sommare alle centinaia di nuovi arrivi, che finirebbe inesorabilmente per accumularsi tra Bolzano e il Brennero. «Stiamo parlando di migliaia di persone ad aspettare la riapertura delle frontiere per giorni in un paese che normalmente ospita duecento abitanti, se non iniziamo a prepararci ora, sarà un’emergenza umanitaria straordinaria, con tutte le conseguenze in termini di sanità e sicurezza».
L’unica soluzione, secondo Deriu, è che da Roma inizi immediatamente un piano di contenimento dei transiti verso Nord che produca una sorta di camera di compensazione: «Questo problema non può essere lasciato nelle mani di un solo commissariato, o della Polfer, tutto il Paese si deve fare carico della sua parte di sforzo».
In stazione. Mentre lo scacchiere internazionale produce cortocircuiti, anche ieri la stazione di Bolzano ha avuto la sua quota di transiti di migranti, ormai classificata come una “routine” anche dagli operatori di polizia, che a microfoni spenti lamentano di essere impegnati in funzioni che sono molto distanti da quelle per cui sarebbero addestrati, con pochissime risorse e col dubbio che queste attività siano prive di logica.
Centocinquanta i profughi in transito ieri, dalle 8 della mattina fino alle 18,30 di sera: arrivati e ripartiti, infilandosi sui treni austriaci o tentando un avvicinamento al confine sui treni regionali, per poi cercare la via del valico anche a piedi in montagna, se ce ne fosse bisogno.
La storia di Alidad. Nello stesso giorno in cui l’emergenza profughi a Bolzano diventa un caso nazionale che ha meritato le prime pagine dei maggiori quotidiani e trasmissioni in prima serata, da Bolzano arriva anche “l’antidoto al razzismo”, con l’intervista effettuata dalle Iene ad Alidad Shiri, un giovane afghano arrivato in Italia e a Bolzano quando aveva dodici anni, rischiando la vita ad ogni passo.
In poche ore l’intervista è diventata virale sui social network, e intorno alla vicenda di Alidad si è creata una maggiore consapevolezza di quello che significa veramente, fare un viaggio della speranza verso un Paese occidentale.
«Mia zia mi ha detto di partire - ha raccontato Alidad alla telecamera - altrimenti sarei morto». Poi il momento peggiore del viaggio, quando il dodicenne è rimasto legato sotto il pianale di un camion per tre giorni, per attraversare il confine italiano. «Non ce la facevo più, pioveva, le ruote mi gettavano l’acqua in faccia e io piangevo e gridavo aiuto, ma nessuno mi sentiva; il camion si è fermato a Bressanone, e sono scappato a piedi sull’autostrada». Oggi studia all’università.
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