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Bolzano. Arno Kompatscher ha iniziato il secondo anno di mandato sotto il segno del coronavirus. Non è solo il presidente provinciale. È commissario speciale per l’emergenza Covid-19. Deve garantire ascolto e collegialità di decisioni (non mancano malumori), ma sua è la firma sotto le ordinanze. Da oggi tornano in classe gli studenti delle scuole superiori, ripartono numerose attività, negozi, bar e ristoranti. Kompatscher e la giunta hanno alternato misure più restrittive o più morbide rispetto al resto d’Italia. La via altoatesina.
Si riparte, ma i dati non sono buoni. Altri 614 casi di positività, tra tamponi Pcr e antigenici. L’indice Rt è salito a 0,91, dopo giorni a 0,75. È preoccupato?
Certo che sono preoccupato. Ho appena terminato una riunione della Conferenza Stato-Regioni, ci siamo detti che le mezze misure non funzionano. O si sta a casa, ma proprio a casa, come in marzo, oppure si lavora. Le ordinanze consentivano la vendita da asporto? Abbiamo visto tutti i gruppi di persone a tre metri dal bar.... Avevo detto che ci aspettava un inverno lungo e duro, ed è così. Ora facciamo ciò che tutti si aspettavano, tornano in classe i ragazzi, riaprono negozi e gastronomia, ma se i dati ce lo chiederanno, dovremo prepararci a misure più rigide.
Se le mezze misure non funzionano, potremmo avere un altro lockdown rigido?
Mi auguro che potremo resistere il più a lungo possibile. Se necessario, potrebbe arrivare un lockdown rigido ma breve, diciamo un paio di settimane, e poi uscire dall’inverno. Eppure basterebbe che tutti rispettassimo le regole igieniche basilari per ridurre drasticamente i contagi. Per favore, comportiamoci con responsabilità.
Si vaccinerà?
Mi vaccinerò con convinzione assoluta e lo farà tutta la mia famiglia, quando arriverà il nostro turno.
Con il 33,6% l’Alto Adige è in coda nella classifica nazionale sui vaccini somministrati. Perché? Il Trentino è al 62,3%.
Ho detto all’assessore Widmann che dobbiamo recuperare subito. Non voglio rischiare che il tasso di vaccini somministrati condizioni i criteri delle future ripartizioni, innescando una spirale negativa. L’assessore è sicuro che in un paio di giorni recupereremo posizioni, arrivando al 66%. Sulle ragioni, potrei dire che ci viene chiesto di accantonare un terzo delle dosi per motivi di precauzione, ma non ci siamo ancora.
È preoccupato per le simpatie «no vax» forti sia in periferia che nel personale sanitario?
Non credo che saranno così diffuse. Questa volta anche molti scettici si faranno vaccinare. Per fortuna è stato approvato il vaccino Moderna. Noi presidenti siamo stati informati che tra due settimane arriveranno le prime dosi, pochissime. A fine febbraio arriveranno le partite più consistenti, anche per noi.
Ha avuto paura del Covid, teme questa seconda ondata?
È successo a me, come a tutti: il virus è sempre più vicino. Conosco molte persone ammalate, in modo leggero o grave. Conosco persone che hanno perso familiari. Mi auguro che questi numeri così alti convincano chi ancora si concede comportamenti a rischio. Nella mia famiglia per fortuna fino ad ora è andato tutto bene. Abbiamo avuto qualche momento di preoccupazione, per qualche contatto, e ci siamo sottoposti a tampone privato. Nel mio lavoro molti contatti, molti tamponi.
Ogni scelta di chi governa provoca conseguenze. Ma con il Covid tutti i giorni vi misurate con la responsabilità di decidere sulla salute e sulla economia. Tutelare più la vita delle persone o garantire il lavoro. È così da un anno.
Ogni decisione può avere conseguenze drammatiche. Il primo obiettivo è salvaguardare il sistema sanitario, cioè la possibilità di curare e salvare le persone. D’altronde siamo consapevoli che ogni lockdown mette a rischio progetti di vita e molti posti di lavoro. Cerchiamo di trovare il giusto equilibrio.
Ci si dorme la notte?
Cerchi di adottare le soluzioni che ti permettono di dormire. C’è un metodo: affidarsi alla ragione. Il catalogo delle misure non è infinito. Ti confronti con il governo, con le altre regioni e con gli altri Stati. Decidi sulla base di criteri riconosciuti, dal tasso di occupazione dei letti ospedalieri e delle terapie intensive al numero dei contagiati in rapporto ai tamponi effettuati. Ascolti gli esperti e decidi, sapendo che si tratta sempre di un compromesso. Se ti muovi così, riesci ad essere abbastanza sereno. Ho la coscienza a posto.
La via altoatesina a volte è sembrata una mera scelta politica per rimarcare la «specialità», la distanza da Roma.
Si notano gli scostamenti, ma la maggior parte delle misure ci vede allineati alle misure nazionali. Ci siamo mossi con provvedimenti differenti, più generosi o più restrittivi, quando i numeri ce lo permettevano o imponevano. Non è mai stato un differenziarsi tanto per differenziarsi. A Natale abbiamo tenuto tutto chiuso, permettendo però la mobilità su tutto il territorio. In molti lo hanno apprezzato. Chi si è attenuto alle regole non ha contribuito all’attuale aumento dei contagi.
Il governo ha previsto il ritorno in classe delle superiori per l’11 gennaio. Diverse regioni aspetteranno ancora.
E noi riapriremo le classi domani (oggi), cioè due giorni prima di quanto previsto dal governo, che però aveva fissato il 7 gennaio, per poi cambiare idea. Al ministro Boccia ho detto “abbiamo già stipulato 140 contratti per aumentare le corse, non ce la sentiamo di mandare tutto all’aria per due giorni”. Mi ha dato ragione.
I presidenti di Regione sono tra i protagonisti della pandemia. È una nuova declinazione della politica?
Da quasi un anno abbiamo un rapporto strettissimo tra di noi. Nei momenti più critici ci siamo visti tutti i giorni in videoconferenza. Proprio perché sei nel pieno di una crisi epocale, hai bisogno di sdrammatizzare e di avvicinarti umanamente ai colleghi. Ci possono essere confronti aspri sulle misure da adottare, ma accade in modo trasversale, mai per vincolo politico. Gli schemi di partito sono saltati.
Quali errori si rimprovera?
Avendo a disposizione le informazioni del momento, rifarei tutto. Con l’esperienza accumulata fino a oggi, credo che avremmo dovuto adottare un po’ prima, oppure un po’ dopo, qualche misura. Gli ultimi lockdown sono diversi dai primi, ci siamo resi conto di cosa sia più efficace e di cosa invece rappresenti un inutile danno.
Abbiamo raccontato i casi dolorosi di pazienti infettati in reparti che avrebbero dovuto essere «Covid free». Non considera questo uno dei passi falsi nella gestione della pandemia?
Un problema serio. Il dato positivo, rispetto a marzo, è che reparti e case di riposo reggono meglio ai contagi in questa seconda ondata, nonostante la diffusione molto più pesante del virus. È la prima volta, dopo la Spagnola, che i nostri sistemi sanitari si devono confrontare con una simile crisi. I piani per la pandemia esistono, li stiamo sperimentando e sicuramente oggi siamo più attrezzati.
I rapporti nella giunta non sono idilliaci. Non aiuta la gestione di una situazione eccezionale. Da qualche assessore è trapelata irritazione, lei è stato accusato di accentrare le decisioni. A sua volta lei è sbottato, invitando a non fare campagna elettorale sulle riaperture.
Siamo tutti sotto pressione, è normale che ci siano momenti di nervosismo. C’è una pandemia da gestire, gli operatori economici sono esasperati, è un film che vediamo ovunque. Ogni assessore ha le proprie deleghe da difendere e gruppi di interesse che si fanno sentire. Il nostro compito è trovare un equilibrio, sapendo che sarà sempre un compromesso. La linea di demarcazione è sottile, qui non c’è bianco o nero. Tieni aperti i parrucchieri e chiusi i centri estetici. Lo fai sulla base di valutazioni scientifiche, ma gli interessati si arrabbiano, non capiscono, è naturale. E non sempre riesci a spiegarti in modo adeguato.
Quando deciderà se ricandidarsi?
Questi sono mesi di crisi sanitaria, poi dovremo superare la crisi economica. Non è il momento di pensare alle candidature.
Arriveranno i ristori provinciali promessi alle categorie economiche?
Sto trattando con il governo. Spiego ai ministri che non vogliamo un centesimo, ma solo la possibilità di intervenire, facendo leva sulla nostra fiscalità, può essere la sospensione del contributo annuale allo Stato o la possibilità di contrarre debiti. Abbiamo una economia solida, il bilancio provinciale è robusto, sarebbe imperdonabile vedere morire delle aziende solo a causa della pandemia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Si riparte, ma i dati non sono buoni. Altri 614 casi di positività, tra tamponi Pcr e antigenici. L’indice Rt è salito a 0,91, dopo giorni a 0,75. È preoccupato?
Certo che sono preoccupato. Ho appena terminato una riunione della Conferenza Stato-Regioni, ci siamo detti che le mezze misure non funzionano. O si sta a casa, ma proprio a casa, come in marzo, oppure si lavora. Le ordinanze consentivano la vendita da asporto? Abbiamo visto tutti i gruppi di persone a tre metri dal bar.... Avevo detto che ci aspettava un inverno lungo e duro, ed è così. Ora facciamo ciò che tutti si aspettavano, tornano in classe i ragazzi, riaprono negozi e gastronomia, ma se i dati ce lo chiederanno, dovremo prepararci a misure più rigide.
Se le mezze misure non funzionano, potremmo avere un altro lockdown rigido?
Mi auguro che potremo resistere il più a lungo possibile. Se necessario, potrebbe arrivare un lockdown rigido ma breve, diciamo un paio di settimane, e poi uscire dall’inverno. Eppure basterebbe che tutti rispettassimo le regole igieniche basilari per ridurre drasticamente i contagi. Per favore, comportiamoci con responsabilità.
Si vaccinerà?
Mi vaccinerò con convinzione assoluta e lo farà tutta la mia famiglia, quando arriverà il nostro turno.
Con il 33,6% l’Alto Adige è in coda nella classifica nazionale sui vaccini somministrati. Perché? Il Trentino è al 62,3%.
Ho detto all’assessore Widmann che dobbiamo recuperare subito. Non voglio rischiare che il tasso di vaccini somministrati condizioni i criteri delle future ripartizioni, innescando una spirale negativa. L’assessore è sicuro che in un paio di giorni recupereremo posizioni, arrivando al 66%. Sulle ragioni, potrei dire che ci viene chiesto di accantonare un terzo delle dosi per motivi di precauzione, ma non ci siamo ancora.
È preoccupato per le simpatie «no vax» forti sia in periferia che nel personale sanitario?
Non credo che saranno così diffuse. Questa volta anche molti scettici si faranno vaccinare. Per fortuna è stato approvato il vaccino Moderna. Noi presidenti siamo stati informati che tra due settimane arriveranno le prime dosi, pochissime. A fine febbraio arriveranno le partite più consistenti, anche per noi.
Ha avuto paura del Covid, teme questa seconda ondata?
È successo a me, come a tutti: il virus è sempre più vicino. Conosco molte persone ammalate, in modo leggero o grave. Conosco persone che hanno perso familiari. Mi auguro che questi numeri così alti convincano chi ancora si concede comportamenti a rischio. Nella mia famiglia per fortuna fino ad ora è andato tutto bene. Abbiamo avuto qualche momento di preoccupazione, per qualche contatto, e ci siamo sottoposti a tampone privato. Nel mio lavoro molti contatti, molti tamponi.
Ogni scelta di chi governa provoca conseguenze. Ma con il Covid tutti i giorni vi misurate con la responsabilità di decidere sulla salute e sulla economia. Tutelare più la vita delle persone o garantire il lavoro. È così da un anno.
Ogni decisione può avere conseguenze drammatiche. Il primo obiettivo è salvaguardare il sistema sanitario, cioè la possibilità di curare e salvare le persone. D’altronde siamo consapevoli che ogni lockdown mette a rischio progetti di vita e molti posti di lavoro. Cerchiamo di trovare il giusto equilibrio.
Ci si dorme la notte?
Cerchi di adottare le soluzioni che ti permettono di dormire. C’è un metodo: affidarsi alla ragione. Il catalogo delle misure non è infinito. Ti confronti con il governo, con le altre regioni e con gli altri Stati. Decidi sulla base di criteri riconosciuti, dal tasso di occupazione dei letti ospedalieri e delle terapie intensive al numero dei contagiati in rapporto ai tamponi effettuati. Ascolti gli esperti e decidi, sapendo che si tratta sempre di un compromesso. Se ti muovi così, riesci ad essere abbastanza sereno. Ho la coscienza a posto.
La via altoatesina a volte è sembrata una mera scelta politica per rimarcare la «specialità», la distanza da Roma.
Si notano gli scostamenti, ma la maggior parte delle misure ci vede allineati alle misure nazionali. Ci siamo mossi con provvedimenti differenti, più generosi o più restrittivi, quando i numeri ce lo permettevano o imponevano. Non è mai stato un differenziarsi tanto per differenziarsi. A Natale abbiamo tenuto tutto chiuso, permettendo però la mobilità su tutto il territorio. In molti lo hanno apprezzato. Chi si è attenuto alle regole non ha contribuito all’attuale aumento dei contagi.
Il governo ha previsto il ritorno in classe delle superiori per l’11 gennaio. Diverse regioni aspetteranno ancora.
E noi riapriremo le classi domani (oggi), cioè due giorni prima di quanto previsto dal governo, che però aveva fissato il 7 gennaio, per poi cambiare idea. Al ministro Boccia ho detto “abbiamo già stipulato 140 contratti per aumentare le corse, non ce la sentiamo di mandare tutto all’aria per due giorni”. Mi ha dato ragione.
I presidenti di Regione sono tra i protagonisti della pandemia. È una nuova declinazione della politica?
Da quasi un anno abbiamo un rapporto strettissimo tra di noi. Nei momenti più critici ci siamo visti tutti i giorni in videoconferenza. Proprio perché sei nel pieno di una crisi epocale, hai bisogno di sdrammatizzare e di avvicinarti umanamente ai colleghi. Ci possono essere confronti aspri sulle misure da adottare, ma accade in modo trasversale, mai per vincolo politico. Gli schemi di partito sono saltati.
Quali errori si rimprovera?
Avendo a disposizione le informazioni del momento, rifarei tutto. Con l’esperienza accumulata fino a oggi, credo che avremmo dovuto adottare un po’ prima, oppure un po’ dopo, qualche misura. Gli ultimi lockdown sono diversi dai primi, ci siamo resi conto di cosa sia più efficace e di cosa invece rappresenti un inutile danno.
Abbiamo raccontato i casi dolorosi di pazienti infettati in reparti che avrebbero dovuto essere «Covid free». Non considera questo uno dei passi falsi nella gestione della pandemia?
Un problema serio. Il dato positivo, rispetto a marzo, è che reparti e case di riposo reggono meglio ai contagi in questa seconda ondata, nonostante la diffusione molto più pesante del virus. È la prima volta, dopo la Spagnola, che i nostri sistemi sanitari si devono confrontare con una simile crisi. I piani per la pandemia esistono, li stiamo sperimentando e sicuramente oggi siamo più attrezzati.
I rapporti nella giunta non sono idilliaci. Non aiuta la gestione di una situazione eccezionale. Da qualche assessore è trapelata irritazione, lei è stato accusato di accentrare le decisioni. A sua volta lei è sbottato, invitando a non fare campagna elettorale sulle riaperture.
Siamo tutti sotto pressione, è normale che ci siano momenti di nervosismo. C’è una pandemia da gestire, gli operatori economici sono esasperati, è un film che vediamo ovunque. Ogni assessore ha le proprie deleghe da difendere e gruppi di interesse che si fanno sentire. Il nostro compito è trovare un equilibrio, sapendo che sarà sempre un compromesso. La linea di demarcazione è sottile, qui non c’è bianco o nero. Tieni aperti i parrucchieri e chiusi i centri estetici. Lo fai sulla base di valutazioni scientifiche, ma gli interessati si arrabbiano, non capiscono, è naturale. E non sempre riesci a spiegarti in modo adeguato.
Quando deciderà se ricandidarsi?
Questi sono mesi di crisi sanitaria, poi dovremo superare la crisi economica. Non è il momento di pensare alle candidature.
Arriveranno i ristori provinciali promessi alle categorie economiche?
Sto trattando con il governo. Spiego ai ministri che non vogliamo un centesimo, ma solo la possibilità di intervenire, facendo leva sulla nostra fiscalità, può essere la sospensione del contributo annuale allo Stato o la possibilità di contrarre debiti. Abbiamo una economia solida, il bilancio provinciale è robusto, sarebbe imperdonabile vedere morire delle aziende solo a causa della pandemia.
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