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BOLZANO. «Da gennaio ad oggi sono 257 i minori non accompagnati segnalati dalle forze di polizia. In tutto, lo scorso anno, erano stati 321. I numeri sono più o meno costanti. A cambiare è il fenomeno che fa emergere in tutta la sua drammaticità la mancanza di strutture per ragazzini che arrivano soli da ogni parte del mondo, in fuga da fame e guerre». Antonella Fava, procuratore della Repubblica presso il tribunale dei minorenni, riceve quattro-cinque telefonate al giorno da carabinieri, polizia, agenti della Polfer che segnalano la presenza di un minore arrivato qui da chissà dove e chiedono cosa fare.
«Io telefono, m’informo ma la risposta la conosco già: non ci sono posti nelle strutture».
Quanti posti ci sono per minori non accompagnati?
«Ce ne sono 10-12 in via Roma. Ne hanno ricavati quattro a Casa Forni in via Renon; c’è qualche posto per le emergenze nelle comunità per minori anche in provincia. Ma non basta. Io segnalo la cosa alla Provincia, non ho altri strumenti per intervenire».
E quindi cosa si fa quando arriva un minore non accompagnato?
«C’è un servizio di reperibilità curato da Volontarius che risponde 24 ore su 24. Il minore viene rifocillato. Gli vengono dati dei vestiti se ne ha bisogno, ma poi non c’è una struttura dove ospitarlo. La situazione - soprattutto da due mesi a questa parte - è diventata drammatica».
Cos’è cambiato?
«Praticamente tutti quelli che arrivano a Bolzano sono semplicemente di passaggio. Non vogliono fermarsi qui. I genitori nella migliore delle ipotesi li hanno affidati a parenti o conoscenti pur di garantire loro un futuro migliore, lontano da guerre e miserie. Capita però molto spesso che nel corso del viaggio che dura mesi, se non addirittura anni, alla fine si ritrovino da soli. In testa hanno l’indirizzo o il numero di telefono del fratello, dello zio, del cugino che li aspetta da qualche parte in giro per l’Europa. Ed è lì che vogliono andare, costi quel che costi. Fino a qualche mese fa, pur tra mille peripezie e dopo diversi tentativi andati a vuoto, ce la facevano a raggiungere la meta e quindi a Bolzano si fermavano al massimo una notte in struttura: il tempo di lavarsi, mangiare, riposarsi qualche ora. Adesso tutto è diventato più difficile, perché i controlli al Brennero, come negli altri posti di confine - Resia e Tubre - sono più rigidi. Riuscire a passare è quasi impossibile. Per cui sono costretti a fermarsi più giorni e i pochi posti che ci sono non bastano più».
Che età hanno in media?
«In media 16-17 anni. Ma ne vediamo anche di più piccoli, 14-15 anni. E quello che mi preoccupa è che ultimamente arrivano anche ragazzine. Spesso è anche difficile comunicare perché non abbiamo ovviamente interpreti per tutte le lingue e i dialetti».
Da dove vengono?
«In particolare da Eritrea (58), Somalia (48), Afghanistan (21)».


