Non immaginava di uscire di scena come il destino gli ha riservato. Pietro Mitolo, se avesse potuto scegliere, si sarebbe addormentato volentieri nella “sua” Bolzano. La morte lo ha colto invece a Brescia dove era ricoverato per un ulteriore intervento al suo cuore malandato. E a Bolzano, città nella quale aveva vissuto tutta la vita, lui di origini meridionali, ritornerà per restarci per sempre, accanto al fratello Andrea.
Insieme, finalmente, in quella terra a cui avevano dedicato la loro anima, portandosi appresso, fino alla fine, il fardello di un’italianità elegantemente interpretata che non considerarono mai in maniera sciovinistica, ma come una normale “specificità” da far convivere accanto ad altre culture, etnie, sensibilità.
Pur non rinunciando mai alle sue idee, che portò nel Consiglio comunale di Bolzano, in quello provinciale e nell’assemblea regionale prima e nel Parlamento nazionale poi, Mitolo cercò di servirle diffondendole con l’obiettivo di perseguire una pacificazione che considerava presupposto per il mantenimento della libertà e della serenità in un regione difficile, attraversata, soprattutto qualche decennio fa, da tensioni che sembravano non doversi ricomporre mai.
Mitolo, che pure apprezzava le altre comunità, ma che con l’onestà intellettuale ed il rigore morale e politico che lo contraddistinguevano, avversò, anche duramente, le pretese della Svp, mai offrì agli avversari pretesti per escluderlo dalla vita politica. Nei suoi appassionanti comizi a Piazza della Vittoria, prima accanto a Giorgio Almirante e poi accanto a Gianfranco Fini, nessuno rinvenne mai incitamenti all’odio, alla discriminazione, neppure quando i risultati del Trattato De Gasperi- Gruber cominciarono a far sentire i loro effetti. Mitolo invitava al confronto, pur nella convinzione che sull’italianità non si sarebbe mai dovuto cedere, per il semplice fatto che considerava l’Alto Adige la terra nella quale gente di origine diversa poteva sentirsi unita nell’ambito di una grande nazione europea.
Fino a qualche anno fa, Mitolo affidava anche al periodico, fondato da suo fratello, “La Vetta d’Italia”, le speranza di riuscire a vedere un Alto Adige pienamente integrato nella vicenda politica italiana e non più un “caso” fastidioso per la classe politica. Possiamo dire che il suo desiderio è oggi appagato e l’omaggio che gli tributano da ieri gli altoatesini, al di là delle appartenenze, è il suggello più significativo di una esistenza spesa nella rappresentanza dell’interesse nazionale.
Anche alla Camera dei deputati, dove venne eletto diverse volte, Mitolo, tanto in Aula che nella Commisione Affari costituzionali, che frequentava con la diligenza di un giovane parlamentare alle prime armi, portò le ansie della sua regione trovando sempre interlocutori disposti ad ascoltarlo anche se talvolta alle promesse non facevano seguire i fatti. E non soltanto di Alto Adige si occupò a Roma. Fu un prima linea nel sostenere, soprattutto nella Tredicesima Legislatura, il processo costituente avviato dala Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, convito, come pochi a dire la verità, che l’indispensabile riforma costituzionale avrebbe potuto prevenire le crisi di legalità e di legittimità con le quali, purtroppo, siamo ancora oggi alle prese.
Ricordarlo impegnato nel riconoscimento del voto agli italiani all’estero, nel sostegno ad una equa politica meridionalistica, nel contrasto all’imbarbarimento della vita politica, memore anche di quanto venne fatto dai terroristi a suo fratello Andrea negli anni Settanta, significa delineare un percorso d’impegno civile per il quale si è guadagnato la stima e la considerazione di tutti, sia nel Parlamento che nella società altoatesina.
Qualche settimana fa lo incontrai a Montecitorio. Gentile e premuroso, dopo essersi informato della mia trascurabile attività, non mancò di manifestarmi, con la sincerità che gli era propria, le sue molte perplessità sul Pdl. E mi chiese se ero disposto ad un confronto pubblico a Bolzano sulla “piega” - usò proprio questo termine - che il centrodestra stava prendendo. Accettai con entusiasmo. Poi, ridendo di cuore, mi parlò un po’ della sua Inter che primeggiava. Il solito umore, insomma, la solita passione. Fino a ieri.
Insieme, finalmente, in quella terra a cui avevano dedicato la loro anima, portandosi appresso, fino alla fine, il fardello di un’italianità elegantemente interpretata che non considerarono mai in maniera sciovinistica, ma come una normale “specificità” da far convivere accanto ad altre culture, etnie, sensibilità.
Pur non rinunciando mai alle sue idee, che portò nel Consiglio comunale di Bolzano, in quello provinciale e nell’assemblea regionale prima e nel Parlamento nazionale poi, Mitolo cercò di servirle diffondendole con l’obiettivo di perseguire una pacificazione che considerava presupposto per il mantenimento della libertà e della serenità in un regione difficile, attraversata, soprattutto qualche decennio fa, da tensioni che sembravano non doversi ricomporre mai.
Mitolo, che pure apprezzava le altre comunità, ma che con l’onestà intellettuale ed il rigore morale e politico che lo contraddistinguevano, avversò, anche duramente, le pretese della Svp, mai offrì agli avversari pretesti per escluderlo dalla vita politica. Nei suoi appassionanti comizi a Piazza della Vittoria, prima accanto a Giorgio Almirante e poi accanto a Gianfranco Fini, nessuno rinvenne mai incitamenti all’odio, alla discriminazione, neppure quando i risultati del Trattato De Gasperi- Gruber cominciarono a far sentire i loro effetti. Mitolo invitava al confronto, pur nella convinzione che sull’italianità non si sarebbe mai dovuto cedere, per il semplice fatto che considerava l’Alto Adige la terra nella quale gente di origine diversa poteva sentirsi unita nell’ambito di una grande nazione europea.
Fino a qualche anno fa, Mitolo affidava anche al periodico, fondato da suo fratello, “La Vetta d’Italia”, le speranza di riuscire a vedere un Alto Adige pienamente integrato nella vicenda politica italiana e non più un “caso” fastidioso per la classe politica. Possiamo dire che il suo desiderio è oggi appagato e l’omaggio che gli tributano da ieri gli altoatesini, al di là delle appartenenze, è il suggello più significativo di una esistenza spesa nella rappresentanza dell’interesse nazionale.
Anche alla Camera dei deputati, dove venne eletto diverse volte, Mitolo, tanto in Aula che nella Commisione Affari costituzionali, che frequentava con la diligenza di un giovane parlamentare alle prime armi, portò le ansie della sua regione trovando sempre interlocutori disposti ad ascoltarlo anche se talvolta alle promesse non facevano seguire i fatti. E non soltanto di Alto Adige si occupò a Roma. Fu un prima linea nel sostenere, soprattutto nella Tredicesima Legislatura, il processo costituente avviato dala Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, convito, come pochi a dire la verità, che l’indispensabile riforma costituzionale avrebbe potuto prevenire le crisi di legalità e di legittimità con le quali, purtroppo, siamo ancora oggi alle prese.
Ricordarlo impegnato nel riconoscimento del voto agli italiani all’estero, nel sostegno ad una equa politica meridionalistica, nel contrasto all’imbarbarimento della vita politica, memore anche di quanto venne fatto dai terroristi a suo fratello Andrea negli anni Settanta, significa delineare un percorso d’impegno civile per il quale si è guadagnato la stima e la considerazione di tutti, sia nel Parlamento che nella società altoatesina.
Qualche settimana fa lo incontrai a Montecitorio. Gentile e premuroso, dopo essersi informato della mia trascurabile attività, non mancò di manifestarmi, con la sincerità che gli era propria, le sue molte perplessità sul Pdl. E mi chiese se ero disposto ad un confronto pubblico a Bolzano sulla “piega” - usò proprio questo termine - che il centrodestra stava prendendo. Accettai con entusiasmo. Poi, ridendo di cuore, mi parlò un po’ della sua Inter che primeggiava. Il solito umore, insomma, la solita passione. Fino a ieri.

