Bolzano. C’è una differenza enorme, tra il primo lockdown e quello che si paventa ora. Lo spiega il presidente di Confesercenti Federico Tibaldo: «L’anno scorso c’era la consapevolezza della necessità di un lockdown totale, accettato anche perché c’era una certa robustezza, dovuta ad un’ottima stagionalità: mercatini, turisti durante le vacanze e saldi avevano rinvigorito le casse. Adesso, dopo undici mesi di crisi, siamo in una situazione dove non si vede la luce alla fine del tunnel. C’è la consapevolezza dell’alta pericolosità del contagio ma, brutalmente parlando, le casse si sono prosciugate». Resiste chi ha una lunga storia alle spalle, «chi ha patrimonializzato comprando i muri e non ha dipendenti». Il problema è che la maggior parte della attività ha meno di 10 anni di vita. Sono nate dopo la crisi finanziaria del 2008 o dopo di allora sono passate di mano, in tempi che erano già difficili prima della pandemia. Ora, pensare ad un altro lockdown di 15 giorni fa tremare le gambe. «Si pensi solo agli ambulanti: a seconda dei casi hanno perso da 90 a 120 giorni di mercato, nell’ultimo anno, per di più senza un’ombra di turista. Ma non c’è settore che non soffra, compresi l’ingrosso e l’intermediazione. Chi cala il fatturato tenta di ridurre i costi limando il personale ma così si crea disoccupazione e c’è un effetto domino. Ricavi ridotti all’osso e anche la marginalità è ridotta, perché i clienti in difficoltà chiedono sconti. E non si ha ancora la vera percezione di cosa stia accadendo, perché c’è molta dignità. C’è pure la vergogna di aver dissipato i patrimoni personali». Le chiusure non si pubblicizzano, ma ci sono. E sono sempre di più.