BOLZANO. Cercare Josef Mayr-Nusser nella Bolzano di oggi. La sua casa natale e l’abitazione con la moglie Hildergard e il figlio Albert, la chiesa della messa e dell’attività di comunità, il luogo di lavoro, la stazione da cui partì, per non tornare più. La sua città lo ha ricordato ieri 74 anni dopo la morte con un «pellegrinaggio» (così lo ha chiamato il sindaco Renzo Caramaschi) attraverso alcune delle quattordici tappe che compongono il nuovo percorso storico del martire e beato, che disse no ai nazisti, un percorso elaborato dal Comune con l’archivio storico, il Centro per la pace, la Caritas, l’ufficio pastorale della Diocesi e l’Azienda di soggiorno. L’omaggio di ieri è stato organizzato da Comune, Centro per la pace e Anpi, la prima volta così articolato e corale. Alla partenza, al maso Mayr-Nusser di ponte Campiglio c’era il figlio Albert Mayr (nato nel 1943, arrivato da Firenze), il nipote Heinrich, che vive nella tenuta di famiglia, il vescovo Ivo Muser, il sindaco Renzo Caramaschi, Paolo Valente (Caritas), Guido Margheri (Anpi), i vertici di questura, carabinieri, guardia di finanza, il prefetto Vito Cusumano, una parte della politica (tra questi, il vice sindaco Baur, l’assessore Andriollo del Pd, la consigliera Sylvia Hofer della Svp, il capogruppo della Lega Carlo Vettori), Francesco Comina. E un piccolo gruppo di persone, che è aumentato tappa dopo tappa fino alla conclusione in Duomo.

Dalla memoria di Josef Mayr-Nusser non si torna più indietro. È stata ricostruita lentamente tra amnesie e imbarazzi, grazie alla tenacia di alcuni pezzi della società, con la Chiesa che a un certo punto ci ha creduto e non è più arretrata, trascinando con sé la politica. Questo cattolico impegnato (San Vincenzo e Azione cattolica), cresciuto nel cuore della città, partito il 7 settembre del 1944 dalla stazione di Bolzano perché arruolato dall’esercito germanico, destinato alle Ss, rifiutò di prestare giuramento a Hitler (4 ottobre 1944). La sua fine era segnata: processato, condannato a morte, caricato su un treno per raggiungere il lager di Dachau. Morì durante il tragitto, il 24 febbraio 1945, nella stazione bavarese di Erlangen. Riconosciuto martire, il 18 marzo 2017 Josef Mayr-Nusser è stato proclamato beato. È sepolto in Duomo. «Negli anni Cinquanta, quando andavo a camminare in montagna con mia madre, incontravamo talvolta qualche parroco. Quando la mamma raccontava che era la vedova di Josef Mayr-Nusser, non sapevano chi fosse, o non avevano voglia di ricordare. E la politica in Alto Adige per tanti anni ha fatto una scelta di opportunismo, perché gli italiani e i sudtirolesi potevano rinfacciarsi a vicenda nazismo e fascismo», racconta Albert. E il cugino Heinrich gli fa eco: «Persone come mio zio Josef e Friedl Volgger hanno “salvato” l’immagine di queste terra, dimostrando che non c’erano solo le simpatie verso i nazisti». Caramaschi, nel suo discorso in italiano e tedesco, invita i bolzanini a «inchinarsi» davanti all’esempio di Mayr-Nusser. È beato, ma non è un «santino», una pratica archiviata. «Non basta onorarlo, ogni giorno dobbiamo fare proprio il suo esempio. Io sarei capace, quanti di noi saprebbero sacrificarsi per la libertà?», così Caramaschi. E per il vescovo Muser il suo «no» al nazismo e all’odio, «che era sì a Cristo e alla dignità dell’uomo» parla forte. In Duomo Muser cita Mayr-Nusser e dice «se non diciamo no, non capiranno che non siamo d’accordo». Muser si spende per avvisare del nuovo pericolo: «Mayr-Nusser si è fatto martire per la dignità dell’uomo. Un tema attuale, direi di nuova attualità. Dobbiamo alzare la voce per dare voce a chi non ne ha. Sì, è tempo di dire “no”. Non siamo negli anni Trenta e Quaranta, ma il vento che corre in Europa mi preoccupa». A chi parla Mayr-Nusser? «Ciò a cui acconsento è giusto? Questo resta il tema», dice Albert Mayr, «C’è di nuovo la voglia dell’uomo forte, che fa ciò che vuole».

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