BOLZANO. «La mia è una battaglia di principio: voglio che anche agli omosessuali vengano riconosciuti gli stessi diritti garantiti alle coppie tradizionali. Per questo assieme all’avvocato Michele Giarratano ho deciso di avviare una causa di lavoro nei confronti dell’Azienda sanitaria di Bressanone, perché non mi ha concesso il congedo matrimoniale». Christian Wieser, 42 anni brissinese, è uno psicologo che lavora ormai da anni presso l’Azienda sanitaria della città vescovile: attualmente è in aspettativa in quanto da gennaio vive a Berlino con Armin Dallapiccola, sposato il 20 luglio del 2012.

«Ci siamo sposati a Berlino - racconta - perché in Italia le unioni tra persone dello stesso sesso non sono ammesse. In Germania invece, dopo anni di battaglie delle associazioni gay, si sono fatte grandi conquiste: la legislazione tedesca prevede le unioni civili che garantiscono gli stessi diritti e doveri a tutti. Con un’unica eccezione per le coppie omosessuali: non possono adottare un bambino. Inoltre, per questo tipo di unioni, è necessario che almeno uno dei coniugi sia residente in Germania. Mio marito è un cittadino austriaco con la residenza a Berlino e quindi non abbiamo avuto alcun problema. Questa limitazione spiega perché oggi molti italiani vanno a sposarsi in Norvegia».

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Le nozze sono state celebrate nel municipio della capitale tedesca, poi la festa in un palazzo messo a disposizione dall’amministrazione per le cerimonie: «Dicono che quello del matrimonio sia il giorno più bello della vita: per me lo è stato. Una giornata indimenticabile festeggiata assieme ad un centinaio di parenti e amici. C’erano anche i miei nipotini. Poi siamo partiti per il viaggio di nozze: due settimane in Vietnam».

Wieser aveva chiesto alla direzione dell’Asl di Bressanone il congedo matrimoniale, ma al ritorno al lavoro ha scoperto che a lui quel diritto riconosciuto alle coppie tradizionali era stato negato.

«Il direttore dell’Azienda, in una lettera, mi ha spiegato che non poteva accogliere la mia domanda, perché in Italia le unioni gay non sono riconosciute».

Lo psicologo brissinese però non si è dato per vinto. Si è rivolto sia a Michela Morandini, consigliera di parità in Alto Adige, che all’Arcigay nazionale che ha sede a Bologna.

«Entrambi - dice Wieser - hanno cercato di spiegare all’Asl che in base a quanto previsto dalla legislazione europea ma anche da pronunciamenti della Cassazione, il congedo matrimoniale mi spettava. Ma non c’è stato nulla da fare».

Per questo ha deciso di fare causa all’Azienda sanitaria di Bressanone: «Inutile dire che di quei 15 giorni non mi importa nulla, ma credo che se vogliamo far cadere certi tabù, dobbiamo esporci e far valere i nostri diritti. Fino a quando staremo zitti e accetteremo tutto non cambierà mai nulla. Mentre ritengo sia doveroso che anche l’Italia riconosca finalmente le unioni gay e garantisca a due persone che si vogliono bene e desiderano formare una famiglia gli stessi diritti e doveri che vengono garantiti a tutti gli altri».

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