BOLZANO. Karl Zeller è uno degli uomini di potere in Alto Adige. E prepara la sua uscita dal gruppo di punta: «Termino la legislatura in Senato e a partire dal 2018 mi dedicherò a tempo pieno alla libera professione». Senatore, Obmann della Svp del Burgraviato, avvocato. Quando si pensa all’intreccio tra politica e professioni, c’è anche Zeller. È l’uomo delle leggi e delle trattative. Come presidente del Gruppo per le autonomie partecipa alle riunioni ristrette di maggioranza con Renzi. Relazioni che fa fruttare. Con la rete costruita in Parlamento contribuisce a spuntare accordi e norme. Tra gli ultimi esempi, la «lex Brennercom» a favore della Provincia nel braccio di ferro con l’Athesia sulla proprietà della società di telecomunicazioni. Ammette, gli manca un po’ Brugger: «Era Siegfried quello bravo nella diplomazia. Io sono più tipo da carte e commi di legge». Quando Zeller ci raggiunge in redazione per l’intervista è reduce da una seduta della Svp. Non deve essere andata benissimo. Non c’è solo la destra tedesca che martella contro la riforma costituzionale e l’accordo Pd-Svp. Anche nel partito c’è chi contesta i parlamentari per il voto a favore della riforma centralista. «Più che blindare l’autonomia e ottenere la previsione di nuove competenze, cosa avremmo dovuto fare? Certo che l’impianto è centralista e non ci piace, ma ne siamo fuori». Avanza un certo scollamento, una solitudine nuova. «Con Kompatscher e Achammer mi trovo benissimo, ma nel partito a volte... Siamo arrivati al punto che l’autonomia la capiscono meglio gli italiani. I nostri danno tutto per scontato. Perché non sanno più. Io sono tra gli ultimi della mia generazione ancora in attività... ».

Perché siete così sotto tiro?

«I nostri, i sudtirolesi, danno tutto per scontato, vanno dietro a cose vaghe, a facili illusioni. Ma devi stare attento, perché se salta la cultura dell’autonomia, la tensione a proteggerla, l’impegno spesso anche faticoso di marcare la nostra differenza, prima o poi ce la sfileranno davvero. Il nostro successo è stato per tanto tempo l’asse tra Comuni, Provincia, parlamentari. C’era una classe dirigente che guardava nella medesima direzione».

Kompatscher difende il vostro lavoro.

«Ma certo. L’attuale classe dirigente, quella che non piace, è unita. Possiamo anche andare all’opposizione a Roma. Sarebbe più facile. Meno stress, meno lavoro. Però ce lo dobbiamo dire, che vogliamo lasciare la via seguita da Benedikter e Magnago che ha comportato l’attuale benessere».

Qual è il problema di fondo, secondo lei?

«Credo che si vogliano cambiare gli equilibri politici all’interno del nostro partito».

Il problema non è che l’autonomia sia effettivamente a rischio? In Parlamento non ci amano.

«No. La mattina dopo l’accordo sulla clausola di salvaguardia il presidente Napolitano (ora senatore a vita e collega di gruppo) mi ha detto che "oltre a salvaguardare l’autonomia, siete riusciti anche a darle una prospettiva”. Kronbichler (il deputato di Sel, ndr) dice che siamo ingordi e che a un certo punto bisogna essere soddisfatti. Io dico che bisogna dare una prospettiva ai nostri, il senso di un evoluzione perché non possiamo permetterci di restare fermi . Negli ultimi trent’anni l’autonomia non è andata male, direi... Sono arrivate più competenze di quelle pensate all’inizio. Perfino nel 2016 il bilancio provinciale sarà in crescita. Chiediamolo al Veneto... Ma non va ancora bene. Dovremmo andare davanti alla comunità internazionale a dire che vogliamo staccarci dall’Italia perché siamo un popolo oppresso? Siamo in costante collegamento con Vienna. Se sorgessero problemi gravi, li avremmo al nostro fianco. Per il resto l’indirizzo è “trattate”».

La sua definizione di potere?

«La possibilità di gestire percorsi politici. Non esiste la politica senza potere, perché qualcuno deve decidere. Come parlamentare non sono al pannello di comando. Quello che posso fare è trovare i canali giusti per farmi ascoltare. È un mix di relazioni politiche e personali, al di là degli schieramenti».

Lei è uno degli esempi dell’intreccio tra politica e professioni.

«Non direi. Faccio l’avvocato solo un giorno e mezzo alla settimana, un lusso che mi posso permettere grazie al mio socio. Mi piace il mio lavoro e sarò contento quando potrò tornarvi a tempo pieno. Non ho paura di cadere nel buco nero quando questo finirà».

Essere senatore e Obmann può aiutare negli affari.

«Non ho mai fatto affari, non ho mai partecipato a società. Quando mi sono state partecipazioni in operazioni immobiliari, ho rifiutato».

La sua compagna, l’avvocato Alda Dellantonio, è diventata giudice del Tar per nomina del Consiglio dei Ministri. Scontati i sospetti sulla nomina.

«Tutti lo pensano. Non mi risulta però che le competenze dell’avvocato Dellantonio siano state messe in discussione».

Il tema è l’opportunità.

«Non ho agito sul Consiglio dei ministri per quella nomina».

È difficile crederle.

«Lo so ma è così».

I suoi maestri?

«Alfons Benedikter. Io e Hermann Berger siamo stati i suoi ultimi allievi. A 25 anni ero assistente universitario a Innsbruck. Benedikter mi chiamò e diventai il suo consulente. Come vice di Magnago, Benedikter ha avuto un ruolo essenziale nelle trattative con lo Stato sulle norme di attuazione. Andava a Roma tutte le settimane. E poi Magnago, che a differenza di Riz stimava gli oppositori».

Non si è mai parlato di lei come possibile presidente provinciale.

«Non sono il tipo. A me è sempre piaciuto fare l’ufficiale, non il generale, e mi interessa il lavoro parlamentare. E poi dicono che sono arrogante. Sono contento che abbiamo trovato Arno Kompatscher. È la persona giusta per il dopo Durnwalder. Serviva qualcuno che cambiasse marcia, una novità. Certo Kompatscher è più tecnico, studia molto i dossier, mentre Durnwalder aveva un fiuto incredibile. Con le pratiche complesse e il giro degli adulatori sono arrivati i problemi».

Lo scandalo Sel.

«Gli ho detto tante volte “devi tenere in mano tu il dossier”. Si è fidato di altri e lì è partita la spirale del male, con quell’idea di avere tutto, ma proprio tutto. Invece qualcosa si doveva mollare anche ai privati concorrenti con progetti validi e innovativi. In due anni Kompatscher ha costruito la fusione Sel-Aew e l’accordo finanziario con Roma. È molto, ma ha il problema di fare capire cosa riesce a ottenere».

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