BOLZANO. «La corsa di domenica ha un duplice obiettivo: dire no alla violenza contro le donne e i loro figli, di cui troppo spesso ci si dimentica. Pensando o forse sperando che non vedano, non sentano, non si accorgano di quanto avviene dentro le quattro mura domestiche. Purtroppo non è così: anche i bambini più piccoli, capiscono e ne subiscono le conseguenze». Katia Schneider, psicologa, vede ogni giorno le ferite che i bambini accolti nella Casa protetta gestita a Bolzano dall’associazione Gea - sei appartamenti sempre pieni - si portano dentro. In Alto Adige ci sono attualmente cinque strutture: due a Bolzano, gestite rispettivamente dalla Gea e dall’associazione Alloggi protetti; una Merano, una Bressanone e una Brunico. Nel 2015 hanno ospitato complessivamente 242 donne e 269 minori. Il fenomeno - dicono gli addetti ai lavori - non è in aumento, ma rispetto al passato c’è maggior consapevolezza da parte delle donne che trovano il coraggio di chiedere aiuto.

«Le persone ospitate nelle case protette e quelle che si rivolgono al nostro centro antiviolenza che svolge funzioni di consulenza e ascolto - spiega la psicologa - hanno dai 18 anni in su. Ci è capitato di ospitare anche una signora di 80 anni. A dimostrazione che la violenza è trasversale sia per quanto riguarda l’anagrafe che per l’estrazione sociale. Il nostro primo obiettivo è quello di mettere in sicurezza le vittime che, spesso dopo mille esitazioni e altrettanti dubbi, decidono di “scappare” da una situazione diventata insostenibile e nella stragrande maggioranza lo fanno per i figli vittime a loro volta di quella che tecnicamente viene definita violenza assistita».

Nelle case per le donne, in base alla legge provinciale, si può restare per un massimo di sei mesi, ma se necessario il periodo può essere prolungato.

«All’inizio - spiega Schneider - bisogna dare tempo alla mamma e ai figli di adattarsi ad una situazione completamente nuova. Non è facile dover lasciare la propria casa, a volte addirittura anche il lavoro. I bambini, non sempre, ma capita che per questioni di sicurezza oltre che logistiche, debbano cambiare asilo o scuola. Di positivo c’è che, dopo un mese o poco più, dipende ovviamente da caso a caso, i bambini cominciano a stare meglio, perché si sentono finalmente in un ambiente sicuro e protetto. Dove non ci sono persone che alzano le mani, non ci sono urla, non si sentono oggetti fatti a pezzi. E non si vede neppure la mamma con brutti lividi in faccia o sulle braccia. Troppo spesso si commette l’errore di credere che i bambini piccoli non si accorgano di quello che sta succedendo, perché magari stanno nell’altra stanza e quindi non possono né aver visto né sentito. Invece percepiscono tutto quello che avviene all’interno del nucleo familiare. Ciò provoca in loro insicurezza, stress, paura, aggressività. Il nostro compito è quello di fare progetti ad hoc per ogni situazione, lavorando sulla mamma e sui bambini, restituendo ad entrambi e in particolare ai più piccoli la serenità perduta». Anche perché, una volta usciti dagli alloggi protetti, le donne assieme ai loro figli dovranno essere forti abbastanza per cominciare una nuova vita.

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