BOLZANO. In arabo, Nissà vuol dire “donne”: già col proprio nome l’associazione Donne Nissà Frauen sigla la centralità di più culture. Collante tra le donne e le Frauen tra cui è incastonato come a segnare graficamente l’unità femminile, la forza dell’unione. E in questa catena linguistica veementemente femminile si dispiega la ricchezza culturale che l’associazione di via Cagliari accoglie fin dalla sua nascita, nel 1995.

Le origini. «Donne Nissà Frauen è nata lavorando principalmente con donne marocchine» racconta Raimonda Agolli, oggi la contabile dell’associazione. «All’inizio avevamo sede in via Glorenza, sempre a Don Bosco. Ciò che ci ha sempre caratterizzate è il focus sulla donna e sulla sua espressione personale e sociale». Qui si fa intercultura da più di vent’anni, verso l’integrazione, l’orientamento e il radicamento in un territorio che dopo un lavoro su se stessa una donna può davvero sentire come proprio. Così, nata dai bisogni reali delle persone, l’associazione ha navigato nelle acque dei cambiamenti sociali, ha ascoltato innumerevoli storie di migrazione, ha accolto e sostenuto chiunque bussasse alla sua porta: è una realtà unica che valorizza un intero quartiere. «Inizialmente svolgevamo un’attività sportellistica: per cinque anni abbiamo tenuto uno sportello di accoglienza e orientamento per minori non accompagnati, e anche uno sportello per badanti che poi è diventato un servizio fisso di accompagnamento nel mondo del lavoro. Entrambi funzionavano bene, ma poi sono andati in appalto e, non potendo competere con le cooperative, li abbiamo persi. Ci è rimasto il metodo, l’arricchimento attraverso l’ascolto e il contatto reale con le persone».

La parte progettuale. Ora le Donne Nissà Frauen non svolgono più attività di sportello: portano avanti servizi e progetti rivolti a donne, famiglie, ragazzi. C’è il centro interculturale Mafalda, uno spazio per dodici bambini fino ai tre anni nato ormai diciott’anni fa, che sostiene i genitori con l’aiuto di un’esperta pedagogista. «Ci sono anche progetti che a partire da un’analisi del territorio per rispondere ai cambiamenti sociali e culturali: abbiamo un progetto di potenziamento della donna richiedente asilo e uno di sostegno genitoriale alle madri delle seconde generazioni» aggiunge Antonina Marasca, responsabile dei richiedenti asilo e del sostegno alla famiglia. «Quest’ultimo ha preso le mosse da una ricerca di tre anni condotta dalla chiesa valdese, che ha intervistato i giovani delle seconde generazioni. Ne è emersa la scarsità di servizi pensati per le madri, cosa che può portare a divergenze familiari. Così, a incentivare il dialogo ci siamo noi, in modo da rafforzare la posizione della donna madre». Donne Nissà Frauen è in rete con i consultori e con altri partner che aiutano a sviluppare servizi alle scuole, dalle quali peraltro hanno già ricevuto una buona risposta.

Gli Orti Comunitari. In più, c’è tutta la parte degli Orti comunitari: la storica volontaria Daniela Volo spiega che «durante il lavoro, il dialogo tra i partecipanti è fondativo di un’azione sul livello culturale. Negli Orti lavorano bengalesi, italiani, marocchini, lituani, tedeschi, albanesi, iracheni, siriani...». Gli Orti sono due, l’Orto Semirurale, il più vecchio, e l’Orto Volta, mirato in particolar modo all’attivazione dei più giovani. «L’Orto Volta è stato creato per volontà della vicepresidente Gerda Gius, che insieme ai richiedenti asilo ha costruito tra le altre cose una fontana per il deflusso dell’acqua, un capanno per gli attrezzi e i terrazzamenti, il tutto su un terreno che per lungo tempo è stato inquinato dalle vicine acciaierie - così Leila Grasselli, coordinatrice dell’associazione -. Così, dalla collaborazione con i centri d’accoglienza e con gli studenti di Agraria e di Design della Lub, è nato un orto biologico in regime di permacultura».

L’associazione può contare su operatrici specializzate ed esperte che negli anni hanno iniziato a formarsi direttamente all’interno di Donne Nissà Frauen, in modo da essere più saldamente integrate nel territorio e fornire quindi un aiuto più adatto alle esigenze di chi si rivolge loro. Perché è la fiducia a permettere un dialogo sereno, proficuo per le donne in cerca di aiuto. A distanza di ventitrè anni dalla fondazione, qui ci sono ancora “straniere” ad animare l’associazione - solo tre le donne del team nate in Italia. Un team multilingue, multiculturale, che abbatte le differenze e unisce le persone.

Sabato 17 alle 14, nella sala Ipes di via Cagliari 34, queste “donne che aiutano le donne”, con la presidenza di Linda Perlaska, avranno l’assemblea socie: chi volesse partecipare è la benvenuta.