BOLZANO. «Chi ha sofferto di più per questa vicenda è stata la mia famiglie, in particolare i miei bambini. Ringrazio il collegio che non si è fatto influenzare: questa sentenza rispecchia veramente quelli che sono stati i fatti». Sono da poco passate le 14 quando Maximilian Rainer, ex direttore generale di Sel, arriva in Corte d’appello, dove il presidente Johann Pichler (il collegio era composto dai giudici Tullio Joppi e Elisabeth Roilo) ha appena letto una sentenza che ha del clamoroso: “assolto perché il fatto non sussiste” dall’accusa di truffa aggravata ai danni della società energetica, nell’ambito del primo filone dell’inchiesta Stein an Stein.

Il procuratore generale Bruno Fedeli, in mattinata, aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado che aveva condannato l’alto dirigente a due anni e mezzo di reclusione.

Il nuovo verdetto ha cancellato tutto, comprese le possibili ricadute civilistiche.

I giudici del Tribunale avevano rinviato infatti in sede civile la quantificazione del danno subito da Sel (non accogliendo la richiesta di provvisionale di 500 mila euro avanzata dalla parte civile). Ma l’avvocato Carlo Bertacchi, difensore di Rainer, visibilmente soddisfatto per un verdetto che probabilmente è andato oltre le sue più rosee previsioni, ha spiegato che “l’effetto di una sentenza assolutoria travolge le statuizioni civili del verdetto di primo grado, quindi cade anche la condanna generica di risarcimento in favore di Sel”. «Se penso - ha commentato il legale - alla ricostruzione dei fatti, agli elementi acquisiti a dibattimento, mi aspettavo un assoluzione dal reato di truffa già in primo grado. Ma, nel contesto in cui eravamo, con le sentenze di condanna definitive a carico dei coimputati, l’aspettativa di ottenere una riforma piena con assoluzione per insussistenza del fatto, era la più rosea delle prospettive».

Al centro dell’inchiesta Stein an Stein l’operazione relativa alla centralina di Mezzaselva. Sia il processo di primo grado a carico di Rainer, sia i procedimenti con rito abbreviato a carico dei due coimputati Klaus Stocker (all’epoca presidente del consiglio d’amministrazione di Sel) e Franz Pircher (ex presidente del collegio sindacale) hanno stabilito che all’epoca dei fatti (24 novembre 2006) il cda di Sel fu mal informato e indotto a non acquistare l’impianto della Val d’Isarco, non perché non fosse conveniente fare l’operazione (il pubblico Guido Rispoli l’aveva definita una gallina dalle uova d’oro in grado di garantire un reddito di 100 mila euro l’anno per 30 anni), ma perché - sempre secondo l’accusa - Rainer e soci avevano deciso di rilevarla privatamente.

Per questo Stocker e Pircher sono stati condannati - con sentenza passata in giudicato - a un anno e sei mesi; Rainer - lo ricordiamo - a due anni e mezzo, ma avendo scelto il rito ordinario ha potuto impugnare la sentenza.

L’assoluzione di ieri chiude almeno per il momento - bisogna attendere il pronunciamento della Cassazione se la Procura generale farà appello - questa complessa vicenda giudiziaria con due verdetti completamente diversi da cui emergono due verità processuali. «Di verità - ha sostenuto però l’avvocato Bertacchi - ce n’è una sola: non c’è stato nessun artifizio, non c’è stato nessun raggiro nei confronti di Sel che dal mancato acquisto della centrale di Mezzaselva non ha avuto alcun danno». Secondo il legale, la società non avrebbe avuto alcun interesse a comprare la centralina perché - tra le altre cose - era vecchia e la concessione in scadenza. Una tesi la sua che ha convinto in pieno i giudici d’appello, ma che è stata accolta con grande sconcerto dal capo della Procura Guido Rispoli che aveva curato l’inchiesta.