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BRESSANONE. Nonna, figlio e nipote sulla sacra via dell’Everest. Grande appassionata di montagna e grande camminatrice nonostante l’ intervento al ginocchio, Tilly Facchini Zanesco, 72 anni di Bressanone, di recente ha deciso di regalarsi un trekking speciale, in Nepal. A rendere ancora più particolare la spedizione il fatto che a guidarla fosse il figlio Diego Zanesco, guida alpina. Assieme a Tilly e Diego anche il figlio di quest’ultimo, Raphael. Con loro alla volta del Nepal sono partiti Dario Paternoster pure di Bressanone, Evelyn Rainer di San Candido, Roberto Tartaglia di Arezzo e Roberto Terreni di Firenze. I cinque altoatesini e i due toscani hanno percorso la strada, sacra per i buddisti nepalesi, all'interno del parco nella valle del Khumbu, fino a raggiungere la cima Kala Pattar a quota 5550 metri nella zona dei campi base dell'Everest, da dove si gode la magnifica vista sulla cima tetto del mondo.
Il compito di tenere il diario di viaggio è stato affidato a Paternoster che racconta così l’avventura. «Da Kathmandu, la capitale del Nepal, dopo un lungo volo da Milano e una notte in albergo, c'è stato l'incontro con Tenji, il nostro sherpa che da quel momento ha curato tutta l'organizzazione; siamo quindi partiti con un aereo ad elica per raggiungere Lukla a quota 2840 dove il piccolo aeroporto, considerato il più pericoloso al mondo, ha una mini pista con pendenza in salita per l'arrivo». Niente male come inizio. «La prima tappa prevede quattro ore di cammino. Per raggiungere la meta prefissata serve una progressione molto lenta e un’alimentazione con moltissimi liquidi (almeno cinque litri al giorno) per favorire l'acclimatamento in quota. Entriamo nel Parco del Khumbu denominato Sagarmantha Everest National Park ed all'ingresso veniamo controllati dai militari».
La salita si snoda su un percorso molto suggestivo con salite e discese su scalinate in pietra, l'attraversamento del fiume avviene più volte e su lunghi ponti tibetani, l'avanzamento è sempre in compagnia di animali carichi di merce: mucche nella prima parte, muli un po' più in alto e alle alte quote gli yack. «Discorso a parte meritano i portatori locali che si caricano sulla schiena enormi carichi di merce il cui peso viene retto dalla testa sulla quale poggia la fascia che sostiene il tutto; sono instancabili camminatori che viaggiano con il cellulare per ascoltare musica, ai piedi povere scarpe nessuna delle quali può essere paragonata alle nostre calzature da montagna o da escursione. I pernottamenti avvengono nei lodge, gruppi di abitazioni belle, colorate all'esterno, quanto povere internamente, offrono cibo buono ma stanze spartane e molto fredde di notte, nel sacco a pelo però si dorme bene».
Il terzo giorno di cammino il gruppetto raggiunge il monastero buddista di Tengboche a quota 3870, dove si concede una suggestiva visita alla struttura molto imponente e certamente importantissima sia per le popolazioni locali che per gli alpinisti diretti all'Everest, il successivo pernottamento avviene a quota 4000 metri.
«Qui godiamo del tramonto che colora con luce fioca arancione la cima dell'Everest che successivamente perderemo di vista per giorni. Ci fa compagnia invece il bellissimo Ama Dablam (definita la montagna più bella del mondo) e nell'ultima tappa dell'andata, prima del Gorak Shep (5150 metri), abbiamo davanti a noi il bellissimo Pumori dalla forma perfetta a piramide simile a quella, nella stessa zona, del Cnr italiano quale centro ricerche. Inizia qui il nostro viaggio di ritorno con percorso alternativo all'andata, passiamo per villaggi di lodge a quota oltre i 4000 metri». L'ultima tappa riporta il gruppetto all'uscita dell'Everest National Park. Si festeggia la fine di un trekking molto suggestivo, ma si festeggia in particolare Tilly che ha affrontato con grinta e determinazione l’impegnativo cammino lungo la sacra via dell’Everest, reso ancora più faticoso dalla quota elevata.
«La sua - racconta l’amica Irmengard Messner, che ha segnalato la storia - è una straordinaria testimonianza di forza».
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