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MERANO. Per la serie "altoatesini di successo all'estero", un nuovo nome si aggiunge alla lista. Il meranese Stefan Bernard, architetto del paesaggio, ha posto la firma in calce al progetto vincente del concorso per la nuova cittadella sportiva dello Schalke 04, la squadra calcistica di Gelsenkirchen militante in Bundesliga, la seria A tedesca alla quale per pubblico e business ormai noi guardiamo con una certa invidia.
In Germania lo Schalke è una delle compagini con il maggior numero di supporter e la dirigenza sta investendo per stringere sempre più il rapporto tra società e tifosi. Solo un paio di mesi fa la cronaca si è occupata della realizzazione di un cimitero per i tifosi dello Schalke, che potranno così stare vicini alla loro squadra del cuore anche dall'aldilà. D'altronde la fede è per sempre, anche e soprattutto se la religione è il pallone, il culto laico più diffuso al mondo.
Per fortuna i dirigenti della società biancoblù pensano non solo agli spiriti dei tifosi, ma pure a quelli in carne e ossa. E per il restyling della zona limitrofa allo stadio, la moderna Veltins Arena, ha bandito un concorso di idee. E qui entra in gioco Stefan Bernard, quarantaquattrenne meranese che vive e lavora a Berlino dove una quindicina di anni fa ha perfezionato gli studi dopo la laurea in architettura guadagnata all'Università di Venezia e un percorso di specializzazione che lo ha portato a Vienna, in Australia e in Nuova Zelanda.
Il suo studio Bernard & Sattler, assieme agli architetti Schulz & Schulz, ha elaborato il miglior progetto per ripensare i venti ettari attorno allo stadio, inclusivi dei campi da allenamento. Il cuore dell'idea è la “promenade” che taglia l'area e che prevede spazi di gioco per le discipline para-calcistiche, come il beach soccer e il calcio a cinque. E' l'uovo di colombo che trasforma un “semplice” stadio, altrimenti utilizzato solo in occasione delle partite, in luogo di ritrovo vivo senza soluzione di continuità, con spazi e opportunità per il tempo libero. E naturalmente aree commerciali. Perché il pallone è fede, ma anche business.
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