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BOLZANO. «Il segreto del successo? L’entusiasmo e la squadra, ovvero i collaboratori». Georg Oberrauch - 61 anni, quattro figli - sciarpa color pistacchio non per vezzo ma per un fastidioso mal di gola che proprio non ci voleva alla vigilia della partenza per le scalate sulle montagne dell’ Etiopia - riassume così la storia di un gruppo che, con oltre venti punti vendita in Italia ed Austria e circa 600 dipendenti, festeggia i 40 anni.
«La mia - racconta - è una famiglia di commercianti. Solo che l’idea di occuparmi di stoffe, proseguendo l’attività avviata da mio padre Heinrich, non mi piaceva per niente. Tanto che quando un giorno mi chiese cosa volevo fare da grande, gli dissi senza tanti giri di parole: “Di stracci non ne voglio sapere”».
Di qui l’idea di puntare sullo sport.
«Per un motivo molto semplice: in famiglia io e mio fratello Heiner siamo sempre stati appassionati di sport. Della montagna in particolare, ma non solo. Nel 1977 avevo 21 anni, quando mio padre mi diede le chiavi del primo negozio dicendo “provaci”».
Quarant’anni dopo qual è il suo bilancio?
«Sono soddisfatto e se la nostra società è cresciuta negli anni questo lo si deve in particolare ai nostri collaboratori che si sentono parte di una squadra».
Difficile trovarli?
«Difficile trovare quelli giusti. Oggi la selezione del personale la cura mia figlia Elisabeth, braccio destro di Jakob che guida l’azienda».
La cosa più importante che chiede ad un collaboratore?
«L’entusiasmo che ci mette nel lavoro. Questo il cliente lo percepisce, lo apprezza e torna».
Non la preoccupa la crescita rapidissima del commercio online?
«Lo facciamo anche noi. Io stesso - a volte - compro in internet, ma ritengo che non riuscirà a superare la soglia del 30%. Perché il cliente non perderà mai il piacere di provare emozioni. Che significa entrare in un negozio, guardare la merce, toccarla, provarla, parlando con gli addetti alla vendita per chiedere consigli».
È per questo che lei insiste sull’importanza di avere bravi collaboratori.
«È la chiave del successo. Oggi troppo spesso le multinazionali trascurano totalmente l’aspetto umano, per puntare solo sul profitto».
Un’azienda però non può prescindere dal profitto, neppure la vostra.
«Ovvio, ma non può esserci soltanto quello. Per questo nella nostra azienda una parte dell’utile viene condiviso con i collaboratori, per cui c’è lo stipendio previsto dal contratto nazionale ma chi fa di più, viene premiato con gli incentivi. Inoltre ogni cinque anni per tutti i nostri collaboratori - dal primo all’ultimo - c’è un viaggio premio. Tanto per fare un esempio, mio figlio Jakob tra qualche giorno partirà per il Brasile dove accompagnerà un gruppo di collaboratori. Questo è anche un modo per conoscersi meglio e apprezzare il fatto di far parte di una squadra».
Lei rimane convinto che le domeniche non si debba lavorare?
«Più che mai. Non si può pretendere che i collaboratori lavorino anche la domenica. Unica eccezione il periodo natalizio. Io dico: sette all’anno sono più che sufficienti».
Preoccupato per l’arrivo di Benko?
«Non bisogna aver paura. Nel mercato c’è tanto spazio, il progetto Benko porterà sicuramente qualcosa di nuovo».
Lei però era alla testa della cordata di imprenditori anti-Benko.
«È vero e mi dispiace che ci sia stato impedito di dimostrare che il nostro progetto era migliore».
Il futuro del commercio secondo lei dov’è?
«Non nei centri commerciali ma nei centri storici che sono unici. Le faccio un esempio: anni fa è nato il primo grande Centro commerciale di Affi e tutti andavano lì; poi ne hanno aperti altri tra cui le Corti Venete, dove siamo entrati noi e la clientela si è spostata; l’ultimo della serie è stato inaugurato da poco all’uscita autostradale di Verona sud e questo ha messo in crisi gli altri. Non mi risulta che via Mazzini, nel cuore di Verona, sia mai stata in crisi. Sono ottimista, perché vedo tanti giovani commercianti del centro storico di Bolzano che hanno idee e voglia di fare».
Nel 2013 lei ha ceduto la guida del gruppo a suo figlio Jakob: è stata una scelta difficile?
«No, per me è stata una cosa naturale. Molte aziende sono state distrutte da chi non ha capito in tempo che era arrivato il momento di cedere il passo ai giovani che arrivano con idee nuove. In Sportler oggi ci sono Jakob, Elisabeth e Heiner. Margareth invece guida “Globus”».
E lei?
«Dico la mia, ma cerco di non intromettermi nelle loro scelte. Ci vediamo tutti i mercoledì a pranzo da mia mamma e il giovedì, adesso che ci sono i nipotini, vengono tutti a casa nostra: cucina mia moglie» .
Lei non guida più Sportler, ma non fa certo il pensionato.
«Ho una serie di impegni e interessi che spaziano dal commercio al volontariato, alla montagna, ai viaggi».
A che ora si sveglia al mattino?
«Alle 5.30».
E cosa fa?
«Studio: sono iscritto alla facoltà di Teologia di Vienna; mi arriva il materiale via mail e poi vado ad Innsbruck a fare gli esami. Spero di laurearmi il prossimo anno. Mi è sempre interessato approfondire le basi della religione».
Parliamo di migranti: in Alto Adige c’è chi dice che sono troppi e non li vuole nel proprio Comune?
«Ritengo che siano una grande chance per la nostra società e le paure che sento in giro sono ingiustificate. Del resto, alzare muri non serve assolutamente a nulla».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«La mia - racconta - è una famiglia di commercianti. Solo che l’idea di occuparmi di stoffe, proseguendo l’attività avviata da mio padre Heinrich, non mi piaceva per niente. Tanto che quando un giorno mi chiese cosa volevo fare da grande, gli dissi senza tanti giri di parole: “Di stracci non ne voglio sapere”».
Di qui l’idea di puntare sullo sport.
«Per un motivo molto semplice: in famiglia io e mio fratello Heiner siamo sempre stati appassionati di sport. Della montagna in particolare, ma non solo. Nel 1977 avevo 21 anni, quando mio padre mi diede le chiavi del primo negozio dicendo “provaci”».
Quarant’anni dopo qual è il suo bilancio?
«Sono soddisfatto e se la nostra società è cresciuta negli anni questo lo si deve in particolare ai nostri collaboratori che si sentono parte di una squadra».
Difficile trovarli?
«Difficile trovare quelli giusti. Oggi la selezione del personale la cura mia figlia Elisabeth, braccio destro di Jakob che guida l’azienda».
La cosa più importante che chiede ad un collaboratore?
«L’entusiasmo che ci mette nel lavoro. Questo il cliente lo percepisce, lo apprezza e torna».
Non la preoccupa la crescita rapidissima del commercio online?
«Lo facciamo anche noi. Io stesso - a volte - compro in internet, ma ritengo che non riuscirà a superare la soglia del 30%. Perché il cliente non perderà mai il piacere di provare emozioni. Che significa entrare in un negozio, guardare la merce, toccarla, provarla, parlando con gli addetti alla vendita per chiedere consigli».
È per questo che lei insiste sull’importanza di avere bravi collaboratori.
«È la chiave del successo. Oggi troppo spesso le multinazionali trascurano totalmente l’aspetto umano, per puntare solo sul profitto».
Un’azienda però non può prescindere dal profitto, neppure la vostra.
«Ovvio, ma non può esserci soltanto quello. Per questo nella nostra azienda una parte dell’utile viene condiviso con i collaboratori, per cui c’è lo stipendio previsto dal contratto nazionale ma chi fa di più, viene premiato con gli incentivi. Inoltre ogni cinque anni per tutti i nostri collaboratori - dal primo all’ultimo - c’è un viaggio premio. Tanto per fare un esempio, mio figlio Jakob tra qualche giorno partirà per il Brasile dove accompagnerà un gruppo di collaboratori. Questo è anche un modo per conoscersi meglio e apprezzare il fatto di far parte di una squadra».
Lei rimane convinto che le domeniche non si debba lavorare?
«Più che mai. Non si può pretendere che i collaboratori lavorino anche la domenica. Unica eccezione il periodo natalizio. Io dico: sette all’anno sono più che sufficienti».
Preoccupato per l’arrivo di Benko?
«Non bisogna aver paura. Nel mercato c’è tanto spazio, il progetto Benko porterà sicuramente qualcosa di nuovo».
Lei però era alla testa della cordata di imprenditori anti-Benko.
«È vero e mi dispiace che ci sia stato impedito di dimostrare che il nostro progetto era migliore».
Il futuro del commercio secondo lei dov’è?
«Non nei centri commerciali ma nei centri storici che sono unici. Le faccio un esempio: anni fa è nato il primo grande Centro commerciale di Affi e tutti andavano lì; poi ne hanno aperti altri tra cui le Corti Venete, dove siamo entrati noi e la clientela si è spostata; l’ultimo della serie è stato inaugurato da poco all’uscita autostradale di Verona sud e questo ha messo in crisi gli altri. Non mi risulta che via Mazzini, nel cuore di Verona, sia mai stata in crisi. Sono ottimista, perché vedo tanti giovani commercianti del centro storico di Bolzano che hanno idee e voglia di fare».
Nel 2013 lei ha ceduto la guida del gruppo a suo figlio Jakob: è stata una scelta difficile?
«No, per me è stata una cosa naturale. Molte aziende sono state distrutte da chi non ha capito in tempo che era arrivato il momento di cedere il passo ai giovani che arrivano con idee nuove. In Sportler oggi ci sono Jakob, Elisabeth e Heiner. Margareth invece guida “Globus”».
E lei?
«Dico la mia, ma cerco di non intromettermi nelle loro scelte. Ci vediamo tutti i mercoledì a pranzo da mia mamma e il giovedì, adesso che ci sono i nipotini, vengono tutti a casa nostra: cucina mia moglie» .
Lei non guida più Sportler, ma non fa certo il pensionato.
«Ho una serie di impegni e interessi che spaziano dal commercio al volontariato, alla montagna, ai viaggi».
A che ora si sveglia al mattino?
«Alle 5.30».
E cosa fa?
«Studio: sono iscritto alla facoltà di Teologia di Vienna; mi arriva il materiale via mail e poi vado ad Innsbruck a fare gli esami. Spero di laurearmi il prossimo anno. Mi è sempre interessato approfondire le basi della religione».
Parliamo di migranti: in Alto Adige c’è chi dice che sono troppi e non li vuole nel proprio Comune?
«Ritengo che siano una grande chance per la nostra società e le paure che sento in giro sono ingiustificate. Del resto, alzare muri non serve assolutamente a nulla».
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