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BOLZANO. «Per la Patria tu sacrifichi i tuoi figli». E' l'ultima frase che la moglie ha sussurrato, abbracciandolo, a Domenico Di Fonzo prima della partenza per quella missione che si concluderà con la tragedia dell'eccidio della caserma Mignone a Bolzano nel 1944. A guardarli, con gli occhi umidi di lacrime, c'era la piccola Tiziana: quattro anni e un momento che non si cancellerà mai dalla sua testa, con tutte le sue spine. Oggi, a 68 anni, è diventata un'affermata professionista del settore dell'arte. Ogni anno, però, il 12 settembre la trovate a Oltrisarco per la commemorazione dei 23 ragazzi uccisi nella caserma. Un appuntamento che tornerà sabato alle 9 in via del Parco, con lei. «Oltre al ricordo di mio papà, maresciallo dell'esercito, c'è anche una valenza sociale e simbolica importante. In questo momento Bolzano si dimostra una delle poche città capace di non dimenticare quello che è stato, di tenere conto della storia e della follia di quegli anni. Follia politica, sociale e umana». Una riflessione che fa sgorgare spontaneo un rivolo di ringraziamenti. “Devo dire grazie al sindaco Luigi Spagnolli per la sensibilità che trasmette, all'ex presidente dell'Anpi Lionello Bertoldi per l'impegno e alla storica Carla Giacomozzi per aver portato un po' di luce storica sulla vicenda dei 23 del Mignone”.
Chi era, però, il papà di Tiziana? A spiegarlo è la stessa Carla Giacomozzi: «Domenico Di Fonzo, nato a Campodimele in provincia di Latina il 15 marzo 1907, veniva utilizzato per alcune missioni di spionaggio organizzate dal Regno di Brindisi di Pietro Badoglio per capire come era la situazione nei territori occupati dai tedeschi. In accordo con i servizi segreti inglesi e americani si recava sul campo in drappelli di tre o quattro persone per mandare informazioni attraverso una ricetrasmittente». «Sì, mio padre sapeva bene l'inglese quindi tornava utile in queste operazioni – conferma la figlia – peccato fossere estremamente pericolose». Infatti Di Fonzo venne catturato, portato a Verona, interrogato e chissà che altro per poi essere trasferito a Bolzano prima di essere giustiziato. «Si trattava di operazioni con diversi errori strategici e di preparazione – conferma Giacomozzi – quindi poteva accadere si pagassero gli errori. Di Fonzo, poi, si occupava anche di portare la propria esperienza militare ai nuclei partigiani che andavano costituendosi in quegli anni». Un curriculum che ai tedeschi non poteva piacere molto con le tragiche conseguenze che ogni anno si cerca di riportare a galla nella Memoria. «Al di là della figura di questi 23 ragazzi – chiude Tiziana Di Fonzo – è importante non scordarsi di come la follia politica abbia contagiato la follia dei popoli. E' stata annientata la coscienza collettiva in modo sistematico e pauroso. Non scordiamolo».
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