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MERANO. Durante gli interrogatori, il tunisino Aouichaoui Boubaker, condannato a 18 anni per aver ucciso l’ex compagna Erna Pirpamer, «ha cercato costantemente di allontanare da sé l’aspetto più deteriore della vicenda, ossia quella situazione di vera e propria pressione psicologica che...aveva posto in essere nei confronti della vittima». Lo scrive in un passaggio il giudice Carlo Busato che ha depositato le motivazioni della sentenza.
Il magistrato ricorda gli avvenimenti del 18 giugno 2012. Quella sera, alle 21.44, lo straniero chiama il 118 e dice in tedesco: «L’ho uccisa. L’ho uccisa con un coltello». Poi si allontana, lasciando Erna Pirpamer morente all’interno del parco Maia di via Winkel. Venti minuti dopo, si presenta in caserma dai carabinieri e si costituisce con queste parole: «Ho ammazzato la mia amica con un coltello». Il tunisino ha sempre sostenuto di aver perso la testa e di aver ucciso l’ex compagna, perché rifiutato, dopo due anni di relazione. Ma secondo il magistrato, prima della tragica sera, l’extracomunitario aveva reso la vita della parrucchiera meranese un inferno. Secondo le amiche della vittima, Erna Pirpamer aveva paura che i figli venissero a sapere della relazione. La sera del 28 aprile 2012, Erna si era presentata a casa delle amiche, dicendo loro di avere paura dell’ex e di non fidarsi di dormire a casa propria. «Boubaker si era fatto oltremodo insistente, pedinando la donna e tempestandola di telefonate - si legge in un passaggio delle motivazioni -. La preoccupazione era salita allorquando Erna si era accorta della sparizione di un mezzo di chiavi perché temeva che l’imputato se ne fosse impossessato». E la situazione andava peggiorando: «Dal racconto fatto, le due donne avevano capito che il clima non era certo migliorato, anzi erano affiorati particolari che lasciavano intendere come Erna fosse propriamente vittima di un ricatto psicologico». Boubaker, infatti, avrebbe più volte minacciato la donna di riferire tutto ai figli e «di divulgare una fotografia in suo possesso», che ritraeva entrambi «in atteggiamenti intimi». Sempre a maggio, le due donne incontrano Erna: «Tremante e piangente era uscita a fatica a spiegare che l’imputato l’aveva picchiata e che le aveva dato quello che ha chiamato “un ultimatum”». Quella sera, Erna disse: «Se devo morire, per me è lo stesso. Ma i miei figli, i miei figli». La Procura aveva chiesto l’ergastolo. Ma è passata la tesi degli avvocati difensori Nicola Nettis e Andrea Gnecchi, che sono riusciti a contrastare in maniera convincente tutte le argomentazioni del pm dimostrando che non c’era stata premeditazione: «Sul punto sussiste un’oggettiva incertezza probatoria, considerato anche che l’arma del delitto non è un coltello nuovo, apparendo consumato per l’uso, il che esclude la tesi della parte civile di un coltello acquistato per l’occasione». E infine: «D’altro canto è anche vero e va considerato che solo verso sera l’imputato ha avuto la certezza che si sarebbe incontrato con Erna Pirpamer perché la donna non aveva risposto alle numerosissime telefonate al cellulare che l’uomo aveva fatto».
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