BOLZANO. Quello che mette in scena Nanni Garella “non è una tragedia della gelosia, ma un dramma d'amore, in cui il protagonista si trova preda di un sentimento tanto potente da fargli perdere la ragione”. Il “suo” Otello è in questi giorni al Comunale di Bolzano fino al 22 aprile nell’ambito della stagione La Grande Prosa dello Stabile. Nei panni di Otello c’è Massimo Dapporto, che torna a calcare il palcoscenico del Comunale dopo otto anni di assenza, ma a distanza di pochi mesi da «La verità», la divertente commedia di Florian Zeller che ha portato in scena al Teatro Cristallo, con Antonella Elia, l’autunno scorso. Al suo fianco, nei panni di Jago, c’è Maurizio Donadoni, già protagonista del “Gabbiano” di Cechov diretto da Marco Bernardi. «Non forniamo una particolare chiave di lettura, perchè il testo è talmente attuale che non ne ha bisogno. Il regista punta tutto sulla recitazione, senza elementi di supporto. Tutto si svolge su una spiaggia e Desdemona muore su una duna e non nel suo letto», così Dapporto.

Che cosa di sé ha regalato al suo personaggio?

«Otello ha una base di bontà, è un brav’uomo, un ottimo marito. Io l’ho reso forse un po’ più paranoico, capace di agire con azioni dalle conseguenze estreme e in parte è contaminato da Jago. E questo rende anche più complesso il suo rapporto con Desdemona. Otello crede ciecamente nella fedeltà e questo lo distrugge. Nonostante tutto Jago è un personaggio che io amo e Donadoni lo interpreta in un modo che mi piace molto, senza accentuare certi aspetti quasi comici del testo di Shakespeare».

Alla fine, perdono tutti, i nobili e i malvagi. Si salva qualcuno, almeno umanamente?

«Dovrebbero essere salvate le due donne, Desdemona ed Emilia, che non hanno colpa di niente, eppure vengono uccise. C’è una grande dose di violenza contro le donne, senza ragione, e questo purtroppo è molto attuale».

In quali aspetti questo testo è, più che attuale, universale?

«In tante cose che sarebbe impossibile enumerarle tutte. Come dicevo prima, c’è la violenza gratuita contro le donne, la sete di potere, fare carriera a tutti i costi, e anche certi modi dire come “non è più com’era una volta”».

La sua filmografia è smisurata. Come mai i registi la cercano sempre?

«Ho fatto tanta gavetta. Dal 1971 al 1984 ho fatto di tutto, dalla commedia alla sperimentazione, all’operetta al doppiaggio. E’ stato Ettore Scola a farmi fare il salto di qualità quando mi ha chiamato a recitare in “La famiglia”. Da allora ho fatto tanti film, ma ultimamente più televisione. Non mi interessa chi mi chiama e dove, l’importante è che sia un lavoro valido. La televisione inoltre ti dà molta visibilità e in teatro reciti più facilmente se sei stato visto in televisione. Mi piacerebbe tornare a fare un bel film per il cinema, anche se il tempo è poco, dato che la maggior parte del mio tempo lo passo a teatro. Per fortuna con una compagnia affidabile come lo Stabile di Bologna».

A Bolzano ci è stato ormai spesso. Cosa le piace?

«Mi piacciono queste città di confine con tutte le loro contaminazioni. Del resto io sono un po’ milanese, un po’ triestino, un po’ ligure e romano...».

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