PHOTO
BOLZANO. A Francesco Palermo non piace sentire parlare di «fallimento» della Convenzione sull’autonomia. «È troppo comodo. Eventualmente abbiamo fallito noi come società». Palermo è uno dei «padri» della Convenzione per la revisione dello Statuto. Porta la sua firma il primo disegno di legge che ipotizzò un lavoro partecipato sullo Statuto, tra l’altro con un gruppo di lavoro unico tra Bolzano e Trento, ipotesi bocciata dalla Svp. Lo abbiamo intervistato in vista della chiusura dei lavori del Konvent, che a settembre passerà il testimone al consiglio provinciale.
La Convenzione si chiuderà come è partita: due mondi non comunicanti a confronto, con grande enfasi sui temi identitari, l’autodeterminazione su tutti. Un fallimento, anche secondo il Pd.
«Troppo semplice vederla così. Si è messa in moto una macchina non semplice, con buone potenzialità, senza crederci. Risultato, la macchina è partita senza pilota e ci sono saltati sopra coloro che ne hanno capito le potenzialità, la destra tedesca e gli Schützen. A me non piacciono i loro temi, ma esistono. C’è una parte della società che la pensa così».
E poi c’è l’altra parte, quella che parla di convivenza, plurilinguismo o scuola mista.
«C’è, ma non è emersa a sufficienza nella Convenzione, perché chi la pensa così non si è impegnato a sufficienza. La partecipazione funziona se partecipi...».
Non è una semplificazione puntare il dito solo sulla destra tedesca? Il richiamo all’autodeterminazione nel documento finale è sostenuto da esponenti di peso della Svp come l’ex presidente Durnwalder e Christoph Perathoner, a capo del Bezirk di Bolzano.
«Infatti la Svp è la forza che ha gestito peggio la Convenzione, a partire dalla legge istitutiva. Avevo suggerito di accogliere proposte di buonsenso dei Verdi e altri. Mi è stato risposto “non si può, ci sono le comunali di Bolzano”. Sul richiamo all’autodeterminazione si giocano le vicende interne della Svp, che non ha mai definito fino in fondo la linea su questo tema. E forse Durnwalder, dopo quasi trent’anni passati a fare il presidente, si sente libero di parlare con maggiore libertà».
Lei è stato uno degli ideatori, ma non è entrato nella Convenzione. Sembra essersi smarcato.
«Non sono entrato perché il disegno di legge prevedeva che i parlamentari restassero fuori. Allo stesso tempo era indicato un coordinaamento periodico tra la Convenzione e i parlamentari locali: il senatore Berger ed io siamo stati invitati una sola volta ed è stato tutto».
La Convenzione finirà su un binario morto?
«Il percorso non finirà lì. Ci sarà un documento e vedremo cosa entrerà, poi spetterà ai consigli provinciali e alla Regine. Chi spara alto, lo fa per ottenere qualcosa. Si chiede cento e qualcosa arriverà. Non sono ingenui, sanno che non vai lontano, proponendo a Trento e Roma un documento che parla di autodeterminazione».
Si farà una revisione dello Statuto?
«Ci spero ancora. Andava fatta dopo la riforma costituzionale del 2001. Andava fatta all’inizio di questa legislatura, in cui abbiamo ottenuto tutto dal governo. Rinunciarci non ha senso».
La ritroveremo candidato, magari alla Camera con patto Svp-Pd?
«Non c’è nulla di deciso. Se arrivasse una proposta, ne parlerei. Di certo non farei il candidato solo di Svp e Pd. Anche come senatore la mia candidatura era stata sostenuta dai centristi, Verdi e dalla sinistra».
©RIPRODUZIONE RISERVATA


